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I media per la coesione e l’inclusione sociale

Nel pomeriggio di ieri alla Camera dei Deputati, nella sala Matteotti, si è tenuto un workshop sul ruolo dei media, e nello specifico dei media generalisti, per la coesione e l’inclusione sociale rispetto alla crescente presenza nel panorama dell’intrattenimento delle emittenti private, dell’impiego delle intelligenze generative e della profilazione dell’utenza.

È stato sottolineato dagli esperti presenti, tra cui Stefano Quintarelli, esperto di alto livello sull’AI per la Commissione UE, che attualmente si sta attraversando una fase di trasformazione della comunicazione e dei mass media senza precedenti fin dall’avvento della televisione, che pure è sempre stata in costante evoluzione. Ma al giorno d’oggi la televisione a modello broadcast ha un competitor di altissimo livello rappresentato dai network streaming che utilizzano l’intelligenza artificiale di tipo generativo e la manipolazione algoritmica per un “palinsesto” tarato sul singolo utente, a scapito della pluralità e della sicurezza e della fruibilità universale che offre la televisione generalista – il digitale terrestre, per intenderci.

L’incontro, infatti, come ha sottolineato Giacomo Lasorella, presidente dell’AGCOM (Agenzia per le Garanzie nelle Comunicazioni), non si è caratterizzato come una comune conferenza, ma piuttosto come una giornata di riflessione e di lavoro tra esperti del settore per la salvaguardia di un mondo che è parte integrante del panorama culturale del nostro Paese (basti pensare al ruolo cruciale esercitato dall’avvento della televisione per l’unificazione linguistica dell’Italia, come ha anche ricordato in fase finale il senatore Renato Rosso).

I tre pilastri dell’impegno degli addetti ai lavori, in particolare del gruppo Copernicani, di Confindustria Radio Televisioni e di IFDaD (International Forum on Digital and Democracy) sono il pluralismo dell’accesso, il quale ha una precisa valenza nel ruolo sociologico della televisione e della stampa, e senza il quale si corre il rischio non solo di compromettere la qualità dell’informazione ma proprio la sua stessa fruizione; la resilienza, nei confronti degli attacchi e dell’espansione a macchia d’olio dei mezzi cosiddetti broadband; e l’annullamento dell’influenza pre-cognitiva esercitata sul singolo utente dall’intelligenza generativa, un rischio che va ben oltre la semplice disinformazione, ma che rischia di creare delle bolle informative isolate e auto-consistenti che fuorviano il fruitore, che per altro non è spesso neanche cosciente di essere in qualche modo manipolato.

Ciò non comporta la volontà di un’egemonia assoluta da parte del mondo televisivo, bensì la ricerca di un equilibrio tra due mondi che devono mirare ad essere complementari. La ridondanza infrastrutturale nell’ambito della comunicazione, infatti, è cruciale e non significa inefficienza, come può esserlo in altri ambiti, bensì una garanzia di resilienza, di pluralità, di informazione e di rappresentazione per l’utenza e per la cittadinanza tutta. Per giungere a questo equilibrio è importante trovare i giusti mezzi sia da parte del broadcast sia da parte delle infrastrutture private, che non agiscono di solito in un’ottica di sistema ma in termini di commercio.

I vari esperti dell’ambito tecnico, come Bianca Papini, e quelli dell’ambito giuridico, come Innocenzo Gemma, hanno spiegato esaustivamente e rispettivamente, come funzionano le frequenze utilizzate dalla televisione e che permettono una trasmissione simultanea ad un numero indefinito di dispositivi e quali sono le legislazioni europee e gli argomenti in cui si concentra il dibattito giuridico italiano ed europeo. In particolare, in Italia, lo scorso 29 aprile è stato approvato proprio dall’AGCOM un provvedimento tecnico che implicherebbe che, qualora i diritti di trasmissione di un evento di particolare rilevanza nazionale siano venduti ad un’emittente privata, questa deve comunque garantire la fruizione di quel contenuto ad almeno l’80% della cittadinanza, attraverso la diffusione cosiddetta free-to-air o attraverso sub-licenze e condizioni eque, non discriminatorie e ragionevoli alle emittenti in chiaro. Mentre, in ambito europeo, si sta guadagnando una posizione sempre più consolidata e avanzata rispetto al resto dei maggiori Paesi del mondo, tramite leggi come il Digital Services Act e il Digital Markets Act che hanno lo scopo di garantire trasparenza e libertà di scelta del contenuto.

Ospite dell’incontro anche la professoressa Mihaela Gavrila, docente di Television Studies presso la nostra Università, che ha in primis sottolineato quanto sia importante tenere a mente che gli sforzi fatti oggi dal mondo delle telecomunicazioni avranno i loro frutti nel lungo termine, lanciando quindi un messaggio di incoraggiamento per il futuro. Il contributo della professoressa ha offerto degli spunti di riflessione sul piano sociologico, citando grandi nomi della sociologia contemporanea come Baumann e il suo colonialismo digitale – la sistematica appropriazione non di corpi e territori ma di dati ed esperienze. Nonostante la resistenza apparente delle giovani generazioni alle reti tradizionali del broadcasting (tanto che si è teorizzato il concetto dei telemorenti per questa fetta di utenza), la difesa della televisione broadcast non è un’azione nostalgica ma una scelta di politica informativa che va in una specifica direzione e prospettiva egualitaria e libera, pur non essendo la coesione sociale – come ha sottolineato la Gavrila – un compito esclusivo del servizio pubblico televisivo.

Comunque sia, gli ultimi dati ISTAT sono ancora rassicuranti e confermano che nel nostro Paese il primato per il principale mezzo di informazione appartiene ancora alla televisione generalista.

La seconda parte dell’incontro è stata dedicata al dialogo con alcuni esponenti politici, per comprendere se e come la politica è consapevole della necessità di azione nell’ambito delle telecomunicazioni. La deputata Maria Elena Boschi ha innanzitutto sottolineato il suo rammarico perché l’argomento non sia sorto in sede di vigilanza RAI, l’organo del Parlamento Italiano che si occupa di controllare la qualità del servizio pubblico radiotelevisivo. Ha poi citato il recente caso dell’Ungheria, che dopo la deposizione del regime di Orbán ha momentaneamente sospeso il proprio servizio nazionale per depurarlo dei metodi totalitari utilizzati fino alle recenti elezioni. Altri relatori, come Antonio Nicita e Maria Stella Gelmini, hanno sottolineato come recentemente siano stati inseriti nei contratti di lavoro del servizio pubblico nazionale il contrasto alla disinformazione come azione attiva e come siano solidali con lo sciopero della fame del conduttore Ezio Giachetti. Ma oltre a sottolineare come questi temi siano questioni di democrazia e come si debba ridefinire il ruolo della politica nel servizio pubblico, è stato anche detto che le nuove frontiere sono anche una ricchezza e una risorsa, per la quale c’è bisogno di nuove richieste e nuove normative.

 

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