Giovedì 15 maggio, presso l’Aula blu1 in città universitaria, si è tenuto il seminario “Il grande gioco del Mediterraneo: l’Italia e la contesa internazionale per la Libia”, facente parte di un ciclo di conferenze di storia contemporanea intitolato “Itinerari politici e conflitti internazionali nell’Italia del ‘900”.
Di fronte a ogni guerra, c’è sempre una storia da raccontare. Ma chi la racconta? E, soprattutto, cosa viene scelto di mostrare e cosa di nascondere? È da queste domande che parte la riflessione proposta da Giampaolo Cadalanu, giornalista e scrittore, per anni inviato speciale di Repubblica in vari scenari di crisi, e autore del libro “Sotto la sabbia”, un’indagine lucida e personale sul conflitto libico e sulle sue implicazioni geopolitiche e mediatiche.
Durante l’incontro dedicato al tema “Cosa c’è dietro il racconto di una guerra”, Cadalanu ha illustrato come la guerra in Libia sia diventata un laboratorio perfetto per comprendere le distorsioni dell’informazione e il ruolo ambiguo dei media nelle crisi internazionali. Sotto la sabbia non è solo un reportage, ma anche un racconto in parte autobiografico, dove il giornalista ripercorre episodi vissuti in prima persona e svela meccanismi di manipolazione spesso invisibili agli occhi del pubblico.
Nel 2011, la Libia, già segnata da un regime autoritario guidato dal colonnello Gheddafi, viene travolta dal vento delle cosiddette “primavere arabe”. Le manifestazioni, inizialmente spontanee, si intrecciano con tensioni tribali, ingerenze esterne e interessi economici. Cadalanu descrive un contesto in cui il Mediterraneo diventa teatro di un nuovo “grande gioco”, simile a quello che nel passato coinvolse l’Afghanistan: un crocevia in cui attori regionali e globali (tra cui l’Italia) si contendono spazio, influenza e risorse.
In questo quadro, i media giocano un ruolo fondamentale. L’esempio dell’emittente Al Jazeera, finanziata dal Qatar ma con un taglio apparentemente occidentale, mostra come l’informazione possa trasformarsi in uno strumento di pressione politica. I racconti di massacri, spesso non verificabili, creano consenso e giustificano interventi armati. L’intervento occidentale in Libia, con i caccia francesi in prima linea, viene giustificato da un presunto genocidio a Bengasi. Ma i fatti mostrano una realtà diversa: la minaccia era più contenuta di quanto dichiarato. “Le guerre nascono dalle bugie”, afferma Cadalanu, e la Libia ne è un esempio evidente.
Uno dei punti centrali sollevati da Cadalanu è la questione della fiducia nell’informazione: quanto la democrazia dipende da una buona informazione? In un mondo dove gran parte delle notizie proviene da fonti aperte (libri, articoli, rapporti ufficiali) il problema non è solo l’accesso, ma la capacità di leggere criticamente e smascherare le narrazioni preconfezionate. Emblematica è la testimonianza di un incontro con un cittadino libico che mostrò all’autore una lista di “bugie da raccontare ai giornalisti occidentali”, preparata per influenzare l’opinione pubblica internazionale. E oggi?
A distanza di oltre dieci anni dalla caduta di Gheddafi, la Libia è ancora instabile, divisa e attraversata da tensioni pronte a riesplodere. Il “regime discutibile” che garantiva almeno una certa stabilità non c’è più, e il vuoto di potere ha moltiplicato le crisi nel Mediterraneo. Il silenzio che oggi avvolge il conflitto non è pace: è solo una tregua apparente.
Attraverso la voce di Cadalanu, si invita a guardare sotto la superficie dei racconti ufficiali, a dubitare, a porci domande. Perché capire la guerra, oggi più che mai, significa capire come funziona il mondo.
Articolo di Matilde Trippanera
segue intervista al giornalista e scrittore Giampaolo Cadalanu
