Negli ultimi giorni l’Università La Sapienza è stata vittima di un attacco informatico che ha reso impossibile l’accesso al sito istituzionale. Per molti studenti questo blackout digitale si è tradotto in giorni di forte disagio: tra chi non sapeva come prenotarsi ad un esame, chi doveva consultare informazioni su un bando, chi aveva consegne imminenti e non poteva recuperare materiali o comunicazioni ufficiali.
Questo evento ha fatto emergere una domanda più profonda: come si gestisce tutto quando viene meno un accesso costante, facile e immediato alla rete? Si è ormai abituati a una presenza continua del digitale nella vita quotidiana, al punto che la sua assenza genera smarrimento, ansia, talvolta persino panico. Solo quando questa certezza viene meno, ci si accorge di quanto l’organizzazione dipenda da strumenti virtuali.
Immaginare un mondo senza rete appare quasi come una visione distopica, lontana anni luce dalla modernità. Vengono spontanee domande che neanche troppo tempo fa sarebbero sembrate paradossali: in che modo si prenota un esame senza Infostud? Come trovo le informazioni di cui ho bisogno? Che devo fare? Domande che sono la massima espressione del disorientamento che nasce non appena vengono meno le comodità conosciute. Tuttavia il mondo cosiddetto “distopico” è esistito e, a suo modo, funzionava anche senza l’ausilio odierno.
Pier Paolo Pasolini, già negli anni Sessanta e Settanta, guardava in modo molto critico la modernizzazione, facendo una netta distinzione tra Sviluppo e Progresso. Lo sviluppo inteso come crescita tecnica ed economica, diffusione di strumenti sempre nuovi; il progresso, invece, come miglioramento reale della coscienza critica e dei rapporti umani. I due termini non coincidono necessariamente. La digitalizzazione dell’università può essere sicuramente letta come sviluppo, ma non per forza risulta automaticamente progresso. Se un sistema funziona solo finché la tecnologia è perfettamente operativa e diventa paralizzante al primo guasto, può davvero considerarsi evoluzione? La reazione di panico collettivo di fronte alla perdita temporanea della rete rivela una dipendenza interpretabile come una nuova forma di fragilità.
È quindi giusto cadere in uno stato di “terrore” nel momento in cui viene sottratto un ausilio che dovrebbe solo facilitare? È davvero progresso se si perde la capacità di agire, orientarsi e pensare al di fuori di un sistema digitale? L’attacco informatico alla Sapienza può quindi essere riletto non solo come un “guasto” tecnico, ma come un’occasione per riflettere sulla dipendenza dalla rete e sulla fragilità dei sistemi su cui si basa la quotidianità.
Forse il vero Progresso, per riprendere Pasolini, non consiste nell’accumulare strumenti sempre più sofisticati, ma nel non smarrire l’autonomia e la consapevolezza quando questi strumenti vengono meno.
Lavinia Ferraioli
