Fino all’11 aprile 2027, le sale del Museo di Roma a Palazzo Braschi ospitano una straordinaria esposizione dedicata a Keith Haring. Curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, la mostra è promossa da Roma Capitale (Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina) e prodotta in collaborazione con MondoMostre, con il supporto di Zètema Progetto Cultura.
L’esposizione riunisce oltre 140 opere e materiali, concessi in prestito dalla Nakamura Keith Haring Collection — la più grande collezione al mondo dedicata all’artista — affiancati da importanti prestiti pubblici e privati. Un caleidoscopio di tecniche e linguaggi ne restituisce la straordinaria versatilità: stampe, disegni, poster politici e sculture si affiancano a oggetti sorprendenti su cui Haring impresse il proprio segno, come la motocicletta Yamaha dipinta a Roma nel 1984.
Un talento nato in provincia e cresciuto nella strada
Nato in Pennsylvania nel 1958, Haring mostrò fin da bambino un’ossessione contagiosa per il disegno, alimentata dal padre, fumettista amatoriale, e dai cartoni animati di Walt Disney e di Dr. Seuss. Arrivato a New York alla fine degli anni ’70 per studiare alla School of Visual Arts, la sua vita e la sua ricerca artistica cambiarono per sempre.
Immerso nella New York turbolenta degli anni Ottanta — un’epoca pre-digitale segnata da crisi socio-economiche, violenza e degrado urbano, ma anche dall’esplosione dell’hip-hop, della street art e di club mitici come il Paradise Garage — Haring comprese che la sua tela non poteva restare chiusa in una galleria. Armato di un semplice gessetto bianco, iniziò a disegnare sui pannelli pubblicitari coperti di carta nera nella metropolitana: nascono così i celebri Subway Drawings. «Il disegno vive di magia», scriveva nel 1978, e da quella magia arcaica prese forma la sua convinzione più profonda: «Il pubblico ha diritto all’arte. L’arte è per tutti».
Il percorso della mostra e il legame con l’Italia
L’allestimento a Palazzo Braschi si apre come un viaggio a ritroso nelle radici del suo mito, evidenziando il legame speciale tra l’artista e l’Italia: Napoli (1983): la sua prima personale italiana alla Galleria Lucio Amelio, per cui realizzò anche un’opera destinata alla celebre collezione Terrae Motus; Milano: l’intervento di pittura parietale che trasformò il flagship store Fiorucci; Roma (1984): la realizzazione dell’iconico murale sulla facciata del Palazzo delle Esposizioni (oggi perduto) e i pannelli dipinti a spray lungo la FDR Drive di Manhattan; Pisa (1989): la creazione di Tuttomondo, il celebre murale sulla parete del convento di Sant’Antonio, suo ultimo grande messaggio di pace prima della scomparsa.
Dall’Italia la mostra retrocede alla costruzione vera e propria della sua grammatica visiva. Attraverso la serie Icons del 1990, figure come il Bambino Radiante, il Cane che abbaia, l’Angelo e la Piramide compongono un alfabeto universale accessibile a chiunque. Ma questa apparente semplicità nasconde un’urgenza civile bruciante: poster come Free South Africa, Crack Down! e Safe Sex! testimoniano l’impegno diretto di Haring contro razzismo, apartheid, droga, corsa agli armamenti e AIDS. «Non credo che l’arte sia propaganda: deve liberare l’anima», affermava nel 1985.
Il percorso si fa poi più intimo nella sezione “Radiant Eros – Celebrate Life”, dove le tavole Bad Boys e il monumentale Untitled (1984) — realizzati con pigmenti fluorescenti e presentati sotto luce nera — celebrano il corpo, la musica e il desiderio come atti di resistenza nel pieno dell’epidemia di AIDS. La dimensione simbolica si espande poi verso l’arte precolombiana e l’iconografia cristiana, scoperta e rielaborata durante i suoi soggiorni romani.
La mostra culmina in un momento di intensa emozione con due capolavori maturi: Apocalypse (realizzata con lo scrittore William S. Burroughs) e la monumentale pala d’altare in bronzo e oro, Altarpiece: The Life of Christ. Qui un Haring ormai consapevole della propria fine affronta il caos, la morte e la trascendenza, lasciando una profonda riflessione spirituale prima di spegnersi il 16 febbraio 1990, a soli 31 anni.
«Questa esposizione rende omaggio non solo all’artista e alle sue opere rivoluzionarie, ma anche al concetto di ‘opera artistica pubblica’ e al dono fatto da Haring alle città di tutto il mondo», ha sottolineato Massimiliano Smeriglio, Assessore alla Cultura di Roma Capitale. «Palazzo Braschi restituisce una narrazione completa e incredibile di un artista scomparso così giovane, ma la cui eredità continua a vivere».
Prenotazioni: https://www.museodiroma.it/it/ didattica/visite-guidate-il- sabato-e-la-domenica-alla- mostra-keith-haring.
Per maggiori informazioni e prenotazioni/biglietteria: tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00) www.museodiroma.it; www.museiincomune.it www.mondomostre.it
Sponsor e Partner: Premium Partner Fineco; Mobility Partner ATAC; Partner Culturale Hotel de la Ville (Rocco Forte Hotels); Fashion Partner Rinascente; Radio Partner Dimensione Suono Roma. Iniziativa Speciale Opening: In occasione dell’apertura, il cortile di Palazzo Braschi ospita il DJ set di Corrado Rizza (produttore e storico della club culture), che fa risuonare le sonorità del leggendario Paradise Garage di New York.








