In una società in cui i dati relativi alla violenza di genere restano allarmanti, l’ambiente accademico diviene uno dei tanti palcoscenici in cui si manifesta la forte relazione tra le discriminazioni e il potere, quest’ultimo utilizzato al fine di porre la figura femminile in una posizione di subordinazione rispetto alla controparte maschile.
Potere, genere e discriminazioni sono i tre temi affrontati dal seminario Questioni di genere: prospettive intersezionali per un’Accademia plurale, organizzato dalla Classe Accademica SGPES della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza – SSAS, su proposta del Direttore della Scuola, Prof. Mattia Crespi.
L’evento, svoltosi lunedì 1 dicembre al Nuovo Teatro Ateneo, si è articolato in tre panel:
Genere, potere e discriminazioni; Strumenti per un’Accademia plurale; Sguardi intersezionali e prospettive future.
Durante il primo panel, moderato dalla Dott.ssa Lucia Pelle, sono intervenute la Prof.ssa Flaminia Saccà, la Prof.ssa Fabrizia Giuliani, la Prof.ssa Francesca Comunello e la Prof.ssa Cristina Mollica.
L’incontro ha permesso di inquadrare il tema delle discriminazioni all’interno della cornice accademica, attraverso riflessioni supportate da dati statistici.
La Professoressa Flaminia Saccà ha posto l’attenzione sul linguaggio: nel suo intervento ha sottolineato il ruolo della stampa nella narrazione della violenza di genere. In tal senso, risulta preoccupante la tendenza a raccontare la violenza maschile con empatia nei confronti dei colpevoli di femminicidi, alimentando giudizi e stereotipi radicati all’interno della nostra cultura. L’attenzione viene così spostata dal carnefice alla vittima, che viene colpevolizzata e resa responsabile della violenza subita, in maniera diretta o indiretta. Tristemente nota la domanda: “Com’era vestita?”.
Il discorso sul linguaggio è stato portato avanti dalla Prof.ssa Fabrizia Giuliani che ha evidenziato quanto il contributo delle donne ai saperi venga taciuto, essendo ancora fortemente influenzati da una visione che vede il maschile come universale. Qual è la correlazione tra la violenza di genere e l’assenza delle donne all’interno dei libri scolastici? L’assenza di rappresentazione delle voci femminili, la negazione del loro contributo ai saperi, oltre a rimuovere una parte di storia, agisce su due livelli: i ragazzi credono che sia normale occupare tutto lo spazio, le ragazze comprensibile che ciò accada, laddove ricoprire posizioni di potere sembrerebbe più un’eccezione che la prassi.
La Prof.ssa Francesca Comunello ha, inoltre, parlato del digitale non come uno strumento neutro ma come un ambiente che può essere utilizzato come innesto o mezzo per perpetuare la violenza. Inoltre, ha sottolineato la necessità di considerare le dinamiche di potere insite nelle piattaforme stesse, per poterne comprenderne gli effetti. Ad esempio, i contenuti che creano maggior engagement sono quelli fortemente polarizzati, divisivi e, per questo, spesso utilizzato per esercitare la violenza.
Ha concluso il panel la Prof.ssa Cristina Mollica che, nel suo intervento, ha posto l’attenzione sulla difficoltà ad accedere ai dati relativi alla violenza di genere, utili per condurre un’analisi continuativa. Ha inoltre sottolineato come, dal 2014 al 2025, il rischio sia aumentato per le giovani donne e le studentesse. Questo testimonia, però, anche un aumento della consapevolezza nel riconoscere la violenza. La consapevolezza, come sottolineato dalla Professoressa, è un aspetto fondamentale, dal momento che l’autore di violenza semina nel tempo, consolida i suoi comportamenti per poi passare a forme più esplicitamente violente.
Durante il secondo panel, Strumenti per un’accademia plurale, moderato da Riccardo Guglielmi, sono intervenute la Dott.ssa Rosalba Belmonte, Prof.ssa Silvia Piconese, Prof.ssa Paola Panarese, Prof.ssa Clelia Rossi-Arnaud.
La Dott.ssa Belmonte, nel suo intervento, ha posto l’attenzione sui meccanismi e i fattori che limitano le donne nella carriera universitaria. Le cause sono molteplici: difficoltà nel conciliare la vita privata con quella lavorativa in assenza di servizi di sostegno adeguati, laddove il tempo della maggiore produttività accademica (25-45 anni) coincide anche con la produttività biologica; la persistenza di pregiudizi e stereotipi di genere; contributi delle donne spesso rimossi o sminuiti.
La Prof.ssa Silvia Piconese si è concentrata sull’importanza, per le donne, di riconoscere la propria capacità di creare valore. Nel suo intervento ha parlato del progetto GLASS – Gender and Leadership in Academia Sapienza School, un corso di alta formazione rivolto al personale di varie comunità accademiche di tutte le aree disciplinari e di tutti i livelli, al fine di fornire competenze volte a superare il divario di genere nel raggiungimento di posizioni di potere nell’ambiente lavorativo.
A seguire, la Prof.ssa Paola Panarese ha offerto una panoramica sul Corso di laurea magistrale in Gender studies, Culture e Politiche per i media e la comunicazione, il primo in Italia sul tema.
Promosso dai Dipartimenti di Comunicazione, Ricerca sociale, Psicologia, Lettere e Culture Moderne, il corso si pone l’obiettivo di formare professionisti e professioniste in grado di promuovere narrazioni intersezionali e non discriminatorie.
Infine, la Prof.ssa Rossi-Arnaud ha proposto alle persone presenti in aula un esercizio volto a ragionare sul modo in cui funziona la nostra memoria implicita e il modo in cui si manifestano le conoscenze di cui non siamo necessariamente consapevoli e che abbiamo acquisito nel corso della nostra esistenza, tra cui gli stereotipi e i bias impliciti.
Nell’ultimo panel della Conferenza sulle Questioni di genere dedicato agli Sguardi intersezionali e prospettive future sono intervenuti la professoressa Caterina Romeo (professoressa associata di Gender Studies), il professore Angelo Schillaci (professore associato di Diritto pubblico comparato) e il professore Roberto Baiocco (professore ordinario in Psicologia dello sviluppo), facenti parte del Comitato Unico di Garanzia, moderati dalla Dottoressa Martina Di Falco.
La professoressa Caterina Romeo ha introdotto il concetto di intersezionalità e di come esso sia nato nell’ambito dei movimenti femministi neri statunitensi, le femministe “non bianche” di terza ondata nei primi anni ’90. Fino a quel momento il femminismo di prima ondata (caratterizzato dai movimenti per l’ottenimento del voto) e il femminismo di seconda ondata (che si era occupato di rivendicare una sostanziale parità di genere) si erano concentrati sull’oppressione delle donne nelle società patriarcali, senza prendere in considerazione il fatto che non tutte le donne sono discriminate allo stesso modo. La metodologia intersezionale, infatti, mette in discussione i concetti stessi di soggetto donna universale e di sorellanza universale. La professoressa ha spiegato come sia fondamentale comprendere che le oppressioni sono multiple e agiscano in modo simultaneo. Considerare soltanto l’oppressione di genere rende invisibili le altre oppressioni (di classe, etnia, colore, orientamento sessuale, religione, nazionalità, età, abilità). La professoressa ha spiegato graficamente come le discriminazioni non andrebbero viste come linee rette parallele che non si incrociano mai, quanto piuttosto come un asterisco, formato da tante linee che si uniscono fra di loro e il cui centro è il corpo discriminato. Dunque se non c’è intersezione nella lotta, alcune categorie discriminate rischiano di diventare invisibili.
Il professore Angelo Schillaci, attraverso una lente giuridica, ha aggiunto che l’uguaglianza è un compito che dobbiamo perseguire anche attraverso il diritto, uno strumento con cui il potere si esercita, ma con cui si può anche raddoppiare il problema della questione di genere. Il diritto esercita diversi poteri, quello di qualificare, di riconoscere e di disciplinare l’identità. Le dinamiche giuridiche non possono fare a meno della classificazione, rischiando di lasciare fuori aspetti della vita e dell’esperienza. Ma il diritto ha anche il potere di dire la differenza e di liberare. Per questo l’intersezionalità è importante per liberare dalle classificazioni astratte. Il femminismo giuridico combatte per scardinare le precomprensioni che avevano soprattutto i giuristi maschi, attraverso l’invito a nominare, riconoscere e includere le differenze, senza reificarle. Questo approccio, secondo il professore, ci dà modo di vedere come le diverse dinamiche di oppressione condividano una radice comune, quella della subordinazione, e ci suggerisce che la via da seguire sia quella dell’alleanza, e non della giustapposizione.
Allacciandosi a quanto detto, il professore Roberto Baiocco ha parlato della carriera alias in Sapienza, un dispositivo burocratico che permette a studenti, professori, personale tecnico, amministrativo e bibliotecario di avere un’identità e un nome alias, e la possibilità di utilizzare dei pronomi a seconda della carriera alias prescelta. Per avere una carriera alias, fino a qualche anno fa era obbligatoria una sorta di certificazione medica che “diagnosticasse” una difformità di genere. Con la recente rimozione di quest’obbligo, le persone richiedenti la carriera alias sono aumentate dalle 3-4 alle 20 all’anno. Togliendo l’elemento disciplinante e di valutazione, le persone sono più libere di esprimere la loro identità. Il professore ha riflettuto su quanto ci sia ancora da lavorare, su come tutto questo debba essere declinato anche all’esterno dell’Università e a tutte le attività che ruotano attorno a essa (tirocini, Erasmus, ditte esterne) attraverso una formazione che debba costruire un’uguaglianza che non sia solo formale ma sostanziale.
Sapienza sembra voler accogliere l’impegno, è stato da poco infatti varato il codice anti-molestie.
Articolo a cura di Alessia Perrella e Greta Cua; Intervista a cura di Alessia Perrella.

