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La sfida dell’informazione contro la guerra ibrida e cognitiva

Il 27 maggio presso il Parlamento europeo a Roma si è tenuto un importante convegno per analizzare uno dei temi più cruciali del nostro tempo: il ruolo dell’informazione nell’era della disinformazione: tra manipolazioni digitali e conflitti che si combattono non solo sui territori, ma anche nello spazio cognitivo e mediatico. A confrontarsi su questa sfida si sono riuniti rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali, giornalisti, professori ed esperti di innovazione, sicurezza e comunicazione, con l’obiettivo di delineare il quadro contemporaneo caratterizzato dalle nuove forme di conflitto informativo e riflettere sulle strategie normative necessarie per rafforzare il pluralismo democratico e una maggiore consapevolezza critica dell’informazione.

Il convegno è stato promosso dall’Osservatorio TuttiMedia/Media Duemila che ha organizzato e gestito l’incontro presso la Sala Europa. Carlo CorazzaDirettore dell’Ufficio del Parlamento europeo di Roma – ha spiegato le due principali minacce che oggi indeboliscono le democrazie liberali: una convergenza sempre più forte con le intelligenze artificiali, utilizzate per massimizzare i profitti, e l’amministrazione Trump che già durante il suo insediamento aveva coinvolto i massimi referenti del settore AI. La soluzione, secondo Corazza, sarebbe creare una solida alleanza con i media più strategici e con i giornalisti professionisti per combattere non solo la disinformazione, ma soprattutto la manipolazione dell’informazione finalizzata al profitto.

Si sono succedute poi diverse riflessioni sul tema. Il messaggio più netto emerso dal convegno è che la disinformazione non è più un problema marginale del dibattito pubblico, né soltanto una patologia dei social network. È diventata ormai un’infrastruttura operativa dei conflitti geopolitici contemporanei. Trattarla come una semplice questione mediatica significa sottovalutare profondamente le trasformazioni in atto. Tutto ciò viene utilizzato per generare maggiore destabilizzazione nei conflitti odierni. Le guerre ibride non separano più propaganda ed economia: colpiscono settori energetici, logistica, sicurezza sanitaria, mercati agricoli e catene di approvvigionamento. La logica oggi non è più persuadere, ma saturare e destabilizzare. L’obiettivo principale è produrre “caos cognitivo“, erodendo la fiducia nell’ambiente informativo.

L’architettura delle piattaforme digitali è anch’essa parte del problema: “Le grandi piattaforme hanno avuto responsabilità enormi: per anni hanno sostenuto di essere meri intermediari tecnologici, mentre costruivano sistemi algoritmici progettati per massimizzare l’attenzione, polarizzare e creare dipendenze emotive” – Pina Picierno, Vicepresidente del Parlamento europeo.

L’IA sta accelerando la produzione di deepfake, la diffusione automatizzata di contenuti e le reti collegate multilingue hanno abbattuto i costi e moltiplicato la scala delle campagne di manipolazione. “La guerra ibrida non mira a occupare territori: ha l’obiettivo di occupare percezioni, emozioni, processi decisionali. Mira a produrre la paralisi democratica” – Pina Picierno. Il giornalismo professionale deve diventare un’arma di resilienza per proteggere la democrazia. Questa è la tesi condivisa dai relatori, ma il problema è che il giornalismo professionale sta perdendo sostenibilità economica proprio nel momento in cui sarebbe più necessario. “L’informazione non è morta: è oggetto di pirateria vera e propria” – Andrea Malaguti, Direttore de La Stampa

L’Europa ha già avviato strumenti per contrastare propaganda e manipolazione, come il Digital Services Act, l’European Media Freedom Act e la direttiva anti-SLAPP. Non mancano però alcune lacune. Laura AriaCommissaria Agcom – ha affermato che esiste ancora la necessità di tradurre concretamente queste direttive e regolamentazioni. Il tema dell’educazione ha attraversato tutti e tre i panel del convegno come filo conduttore. Oggi non si tratta più soltanto di educazione digitale in senso lato, ma di una vera e propria educazione cognitiva che possa partire anche dalle fasce più giovani. Bisogna capire come agisce la manipolazione e come si costruisce una campagna di influenza. “Dobbiamo insegnare alle persone una sana diffidenza: i nostri cervelli sono abituati a pensare che ciò che si vede sia vero. Questo non è più vero” – Diego Ciulli, Head of Government Affairs and Public Policy di Google Italy.La sfida, allora, non riguarda soltanto la tecnologia, ma la capacità democratica di costruire cittadini consapevoli in un ecosistema informativo sempre più instabile.

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