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Italia, addio o arrivederci?

Secondo il Rapporto Svimez tra il 2002 e il 2024 i laureati under 35 che hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi nel Centro-Nord sono quasi 350mila. A questa statistica si collega un altro fattore: oltre la metà dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni prende in considerazione l’idea di andare a vivere all’estero per almeno tre mesi alla ricerca di migliori offerte lavorative e concrete possibilità di crescita.

L’Italia risulta dunque un paese poco attraente per i giovani: un paese dove troppo spesso i sogni rimangono chiusi nei cassetti. Solo un giovane italiano su dieci ritiene che l’Italia sia un paese florido per la crescita, al passo con gli altri paesi europei. Per quanto riguarda i ”cervelli in fuga” il 70% di loro preferisce la Germania come meta. A spingere i giovani verso l’estero non è solo la maggiore possibilità di fare carriera ma  anche uno stile di vita più sano e lento, maggiori diritti civili e un sistema di welfare più efficiente indirizzano le loro scelte. In particolare sono le donne a immaginare e concretizzare un futuro altrove.

La difficoltà dell’Italia nel trattenere e attrarre le nuove generazioni rappresenta ormai un problema strutturale. A lanciare l’allarme è stato il presidente del CNEL Renato Brunetta, che ha parlato di “una vera e propria emergenza nazionale, economica e sociale”, sottolineando come il Paese sia entrato “in una fase critica di carenza e fuga di giovani”. Una dinamica che, secondo Brunetta, incide su tutti i settori strategici: “I giovani scarseggiano per le imprese, mancano nel sistema della PA e mancheranno sempre di più in ogni ganglio vitale della vita civile ed economica dell’Italia”, fino a definire “scandalosamente inaccettabili” atteggiamenti di “insensibilità e immobilismo”. Nel suo intervento, il presidente del CNEL ha inoltre annunciato l’avvio dell’Osservatorio sull’attrattività per i giovani, spiegando che “vogliamo accendere un faro su una questione cruciale”. L’iniziativa coinvolgerà tutte le istituzioni interessate e sarà “aperta ai contributi del mondo accademico e dei centri di ricerca”.

Il saldo migratorio giovanile dell’Italia evidenzia uno squilibrio profondo. Per ogni giovane proveniente dai Paesi più avanzati che sceglie di trasferirsi nel nostro Paese, otto italiani compiono il percorso inverso, andando a vivere e lavorare all’estero. Un dato che si riflette anche nella capacità di attrazione a livello europeo: l’Italia occupa l’ultima posizione, riuscendo ad accogliere appena il 6% dei giovani europei, a fronte del 34% registrato dalla Svizzera e del 32% della Spagna.

La fragilità strutturale del sistema Italia emerge con chiarezza quando ai giovani viene chiesto di proiettarsi nel futuro. Immaginandosi a 45 anni, meno di uno su tre si dice certo di avere un lavoro, con percentuali che peggiorano al diminuire del livello di istruzione. A rendere il quadro ancora più allarmante è il confronto con il passato recente: rispetto al 2018, le aspettative risultano in netto calo. Si deteriora anche la percezione della qualità del lavoro, che cambia sensibilmente a seconda che il futuro venga immaginato in Italia o all’estero. In questo contesto, qualsiasi proposta di riforma appare sterile: la politica, secondo questa lettura, rimane immobile, intrappolata in una stagnazione che considera la disoccupazione una riserva di consenso.

Alla luce di questi elementi, una volta raggiunta una posizione sociale e professionale — spesso più realistica fuori dai confini nazionali che in Italia — per molti giovani diventa difficile, se non impossibile, immaginare un ritorno almeno nel breve periodo.

Articolo di Silvia Macaluso

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