Ci sono momenti in cui la storia entra nelle nostre case, anche quando cerchiamo di tenerla fuori. E poi ci sono momenti in cui siamo noi a chiuderle la porta, sperando che quello che accade là fuori non finisca per riguardarci. È da questa contrapposizione che inizia FÖA – C’era una volta il futuro, opera prima di Margherita Ferrari presentata ad Alice nella Città 2026, che riporta lo spettatore ai giorni del G8 di Genova del luglio 2001, scegliendo però di raccontarli da una prospettiva di una casa, lontana dagli scontri ma non del tutto immune a ciò che succede fuori.
Nicole (Gaia Ravina) ha diciotto anni, ha appena terminato gli esami di maturità ed è all’ottavo mese di gravidanza. Mentre Genova è attraversata dalle manifestazioni e dagli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, lei rimane sola in casa. L’arrivo di tre giovani attivisti, Julian, Irene ed Elixi, in fuga dalla polizia, trasforma però il suo spazio privato in un luogo di incontro e scontro tra due mondi apparentemente distanti. Da una parte una ragazza alle prese con una scelta che cambierà il suo mondo, dall’altra tre giovani convinti di poter cambiare quello esterno. La regia è interessante: non mostrare direttamente la guerriglia urbana, ma lasciarla arrivare attraverso i rumori della strada, la paura e le conversazioni dei personaggi. Il G8 rimane sullo sfondo, mentre la macchina si concentra sulle dinamiche che si sviluppano tra le mura domestiche. È una prospettiva che permette di osservare da vicino le fragilità dei protagonisti e di ridimensionare, almeno per un momento, la distanza tra le grandi questioni politiche e le vite di chi le attraversa.
Qui forse però, il film mostra anche qualche limite. Il contesto storico è fondamentale per comprendere la vicenda, ma il rapporto tra ciò che accade fuori e quello che succede dentro casa non sempre riesce a trovare un legame altrettanto incisivo. Gli scontri rimangono quasi interamente fuori campo e la casa finisce per occupare gran parte del racconto, fino a far apparire il G8, in alcuni passaggi, più come una cornice che come una presenza capace di incidere davvero. Il problema è riuscire a far dialogare fuori con il dentro, a trasformare il rumore della strada in qualcosa che non sia soltanto un sottofondo. Tuttavia, Il punto di forza di FÖA sta proprio nel ribaltamento dei ruoli. Nicole, che sulla carta dovrebbe essere la più fragile, è anche quella che dimostra una maggiore capacità di affrontare la realtà. È una ragazza incinta, sola e alle prese con un futuro tutt’altro che semplice, eppure riesce a fare spazio agli altri. I tre attivisti, al contrario, arrivano con le loro idee, le loro convinzioni e il desiderio di rivoluzionare il mondo, ma finiscono per rimanere chiusi in casa, quasi paralizzati dalla paura di tornare là fuori.
È un contrasto che funziona perché mette in discussione l’immagine che ciascuno ha di sé. Chi ha davvero il coraggio di affrontare il futuro? I tre giovani che sono scesi in strada per contestare o Nicole, che si ritrova a gestire una situazione che non aveva previsto? Mentre loro cercano riparo da una realtà diventata improvvisamente troppo pericolosa, lei deve fare i conti con una realtà dalla quale non può scappare: la gravidanza. Anche per questo il sottotitolo “C’era una volta il futuro” assume un significato interessante. Il futuro è quello di Nicole, che sta per diventare madre quando è ancora lei stessa all’inizio della vita adulta, ma è anche quello di una generazione che nel 2001 scendeva in piazza immaginando di poter cambiare il mondo. Un futuro che, almeno nelle intenzioni, sembrava ancora tutto da costruire.
A più di venticinque anni da quei giorni, questa storia conserva inoltre una sorprendente attualità. Le recenti manifestazioni a Milano, culminate il 17 ottobre in scontri e disordini, riportano al centro del dibattito il rapporto tra disagio sociale, mobilitazioni e violenza. Naturalmente il 2001 e il 2026 appartengono a contesti differenti, e sarebbe sbagliato sovrapporre le ragioni delle proteste di allora a quelle di oggi. Ma è difficile non riconoscere quanto alcune delle domande poste dal film siano ancora aperte: che cosa significa scendere in strada per chiedere un cambiamento? Quanto conta la capacità di distinguere il dissenso dalla violenza? È proprio questa vicinanza inconsapevole con il presente a rendere FÖA un film interessante. Perché, al di là della cronaca, il film racconta il momento in cui una generazione si trova davanti al proprio futuro senza sapere esattamente che cosa farsene. E dentro casa una ragazza che non ha ancora compiuto diciannove anni si trova già a dover affrontare il mondo.
