Il 2026 si è aperto contrassegnato da una profonda inquietudine. Nel dibattito pubblico attuale, uno dei temi più ricorrenti è quello del diritto internazionale, sempre più spesso descritto come un ordinamento svuotato di efficacia, se non addirittura come un sistema giunto al collasso. Si parla di scenari prebellici, di ritorni inquietanti al 1914, di un mondo in cui il regime della forza sembra aver nuovamente preso il posto del diritto.
Questo allarmismo nasce da eventi concreti. In particolare, il dibattito è stato riacceso dal caso venezuelano: nella notte del 3 gennaio 2025 gli Stati Uniti hanno deportato il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, giustificando l’operazione come un intervento “chirurgico” volto a tutelare la legalità internazionale.
Prima ancora di richiamare le norme giuridiche violate, è necessario comprendere le motivazioni addotte dagli Stati Uniti. Maduro ricopre illegittimamente la carica di capo di Stato dal 2024, a seguito di elezioni manipolate. Su questa base, Washington ha scelto di non riconoscere il suo mandato governativo, sostenendo che l’assenza di legittimità democratica giustifichi l’intervento.
Tuttavia, al di là delle valutazioni politiche sui rispettivi governi, Stati Uniti e Venezuela restano, entrambi, soggetti sovrani del diritto internazionale. Ed è proprio qui che l’ordine giuridico internazionale inizia ad incrinarsi.
A partire dalla Pace di Westfalia del 1648, che pose fine alla guerra dei Trent’anni, si è affermato un principio cardine delle relazioni internazionali: la sovranità statale. Ogni Stato è giuridicamente eguale agli altri ed è pienamente responsabile del proprio ordinamento interno. “Par in parem non habet iudicium.”
Su questa uguaglianza giuridica si fondano le norme essenziali del diritto internazionale contemporaneo. Se viene meno il riconoscimento della sovranità, è ancora possibile parlare di relazioni internazionali tra Stati paritari? Domanda scomoda, ma inevitabile.
La Carta delle Nazioni Unite è chiara. Infatti, l’articolo 2 sancisce tre dei principi fondamentali per le relazioni tra stati sovrani. Il primo comma sostiene l’uguaglianza sovrana degli Stati; il quarto afferma il divieto di minaccia o uso della forza e il settimo ribadisce il principio di non ingerenza negli affari interni.
Gli Stati Uniti hanno qualificato l’operazione come una “manovra di polizia internazionale”. Tale argomentazione appare giuridicamente debole, poiché nel diritto internazionale non esiste alcun “poliziotto mondiale” legittimato all’uso unilaterale della forza. L’unico organo competente ad autorizzare misure coercitive di questo tipo è il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ai sensi del Capitolo VII della Carta ONU; autorizzazione che nel caso di specie è assente.
Tuttavia il caso venezuelano è espressione di una problematica più ampia. Nell’ottobre 2025, infatti, la spedizione della Global Flotilla aveva riportato al centro del dibattito pubblico l’illegittimità del blocco navale imposto da Israele in acque internazionali da oltre diciotto anni. Episodi e soggetti diversi, ma accomunati dalla sistematica erosione dei principi fondamentali del diritto internazionale.
Dunque, purtroppo, viene da chiedersi se effettivamente “Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto.”
Il rischio è evidente. Se il diritto internazionale smette di essere rispettato, la legge del più forte diventa la regola de facto. Un sistema di relazioni fondato su un laissez-faire politico favorisce esclusivamente chi dispone di potere economico, militare e strategico, lasciando gli altri in una condizione di strutturale vulnerabilità.
Se non si riuscirà a ripristinare il valore imperativo delle norme internazionali, ci si dovrà rassegnare ad un mondo in cui, come scriveva Tucidide, “i forti fanno ciò che devono fare e i deboli accettano ciò che devono accettare”.
La domanda finale, allora, non risulta più così teorica: Noi, in questo sistema suddiviso tra forti e deboli, che ruolo ricopriamo ?
Lavinia Ferraioli
