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Il fantasma nella rete: la Dead Internet Theory nell’era delle AI generative

Negli ambienti della controcultura digitale e nei forum underground, circola da anni un’ipotesi tanto affascinante quanto inquietante: la “Dead Internet Theory”. Secondo questa visione, la rete che utilizziamo quotidianamente avrebbe cessato di essere uno spazio popolato da esseri umani intorno al biennio 2016-2017. Da quel momento in poi, Internet sarebbe diventato un ambiente simulato, controllato quasi interamente da algoritmi, bot e intelligenze artificiali.

Il punto di partenza di questa teoria, spesso attribuita a un post dell’utente noto come IlluminatiPirate, si basa su un’osservazione empirica comune a molti utenti: la percezione di un eterno déjà-vu. Sui social media, i contenuti appaiono incredibilmente simili tra loro, come prodotti in serie: post virali, meme e discussioni sembrano seguire schemi predefiniti per massimizzare l’engagement, alimentando il sospetto che l’interazione umana sia stata sostituita da flussi di dati automatizzati.

Nella prospettiva della “morte di internet”, questa trasformazione non sarebbe casuale, ma un tassello di un più ampio processo di controllo sociale. Governi e Big Tech sfrutterebbero eserciti di bot per orientare l’opinione pubblica, silenziare il dissenso e promuovere specifiche visioni del mondo, trasformando la rete in uno strumento di propaganda invisibile.

Se fino a pochi anni fa questa teoria appariva come una suggestione complottista, l’avvento delle moderne intelligenze artificiali generative ha cambiato radicalmente la percezione del fenomeno: strumenti capaci di produrre testi indistinguibili da quelli umani, immagini iperrealistiche e video sintetici hanno reso la “morte di internet” una possibilità tecnica concreta.

L’esplosione dei modelli di linguaggio (LLM) ha creato un circolo vizioso: oggi le AI non solo generano contenuti per gli umani, ma iniziano a consumare contenuti generati da altre AI per addestrarsi. Questo fenomeno, definito dai ricercatori come “model collapse”, rischia di trasformare il web in una camera dell’eco autarchica, dove l’autenticità umana viene sommersa da un “rumore” sintetico onnipresente.

Se nel 2021 il Bad Bot Report di Imperva stimava già che il traffico umano fosse sceso al 57,7%, l’integrazione massiccia delle AI nella creazione di contenuti quotidiani suggerisce che quella soglia sia destinata a crollare ulteriormente.

A guardare bene, forse il problema non è che internet sia “morto”, ma che sia diventato terribilmente pigro: se passiamo le giornate a scrollare contenuti che sembrano tutti uguali, la colpa non è solo dei bot, ma di un sistema che ci preferisce passivi e viene da chiedersi se non siamo noi, con i nostri like distratti e le risposte preimpostate, ad alimentare questo deserto digitale.

Forse la vera sfida non è dimostrare che chi scrive dall’altra parte sia un umano, ma tornare a produrre qualcosa che un algoritmo non saprebbe mai immaginare: l’errore, l’imprevisto, la scintilla di un’autentica assurdità. In un mondo di contenuti perfetti e artificiali, restare “umani, troppo umani” è diventato l’ultimo atto di ribellione possibile.

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