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My father’s diaries: Ado Hasanović incontra gli studenti della Sapienza

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Giovedì 15 ottobre, nell’Aula Magna del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale della Sapienza, ha preso il via il ciclo di lezioni, proiezioni e dialoghi intitolato “Disarmare lo sguardo”. L’obiettivo di questa iniziativa è quello di esplorare le vie che abbiamo per raccontare la guerra senza trasformare il dolore in spettacolo e su come sia possibile fare della pace un linguaggio condiviso e permanente, non solo una situazione da auspicare nei momenti di crisi.

In questa prima giornata gli studenti hanno avuto l’opportunità di vedere il docu-film My father’s diaries con la presenza del regista bosniaco Ado Hasanović, che ha realizzato il film basandosi sui diari che suo padre ha scritto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Nello specifico, Bekir Hasanović si trovava nell’area di Srebrenica, una città situata nella Bosnia orientale che nel 1993 divenne una zona teoricamente demilitarizzata e tutelata dalle Nazioni Unite ma che nel 1995, invasa dai soldati serbi, fu teatro del genocidio di oltre 8000 civili bosniaci musulmani. 

Nel documentario si parla della guerra ma soprattutto delle persone nella guerra: il regista ha ritrovato una videocamera che il padre, uno dei pochi sopravvissuti al massacro, con altri due amici utilizzava per riprendere la loro vita quotidiana durante il periodo del conflitto, con l’intenzione di creare una “televisione amatoriale”. Video preziosi, che hanno svelato dettagli ancora poco conosciuti sulle dinamiche di quegli anni e che Ado è riuscito delicatamente a montare insieme a sue riprese che ritraggono scene di vita quotidiana dei genitori anni dopo la guerra e che testimoniano il desiderio di sapere di più sul loro vissuto di quel periodo. Il risultato è una suggestiva denuncia della guerra e alle sue conseguenze che perdurano negli anni, anche dopo che finisce. Allo stesso tempo, guardare il film è partecipare all’esplorazione da parte di un figlio della figura paterna in tutte le sue sfaccettature. È raro avere accesso, tramite i diari, ai sentimenti più reconditi che un padre prova. Lo stesso Ado afferma: “È un film che inizialmente non volevo fare; è stato molto difficile. È stato un percorso terapeutico”. Assistiamo a un rapporto padre-figlio profondamente sincero, caratterizzato dall’ironia, dall’accettazione reciproca e dalla passione per la videocamera. La videocamera è il mezzo che a entrambi permette di testimoniare il proprio vissuto. È il mezzo con il quale riescono a far sentire la propria voce trasformandola in un potente messaggio di pace e in una dichiarazione d’amore al proprio luogo d’origine. Il regista ha detto che “tanti materiali sono materiali di cui mi sono vergognato tantissimo perché sono molto spontanei. Con le riprese rubavo la realtà dei miei genitori e degli altri, ma è così che escono le cose più autentiche.

Di seguito trovate un’intervista su come Ado Hasanovic si è concretamente avvicinato al mondo del cinema.

Abbiamo visto che la tua passione per il cinema e il filmmaking è in qualche modo ereditata. Quando hai deciso di renderla il tuo percorso di vita?

Nel 2007 sono andato per la prima volta come spettatore al Sarajevo Film Festival ed è stata un’esperienza bellissima. Non conoscevo quel mondo. Un anno prima ero stato a uno study trip in Macedonia del Nord e lì, con il mio gruppo dalla Bosnia, ho incontrato un gruppo di ragazzi francesi, italiani, macedoni e, siccome spesso viaggiavo con la macchina da presa, lì mi hanno chiesto di fare il regista. Per la prima volta avevo la possibilità di fare qualcosa, anche se non sapevo neanche cosa dovesse fare un regista. Così ho girato lì, nel 2006, il mio primo corto “Pregiudizi”, poi appunto l’anno dopo sono andato come spettatore al festival.

In quel periodo vivevo a Srebrenica e ho prodotto il documentario “Io sono di Srebrenica” perché volevo raccontare la vita dei giovani ragazzi che vivono lì, in una città che ancora oggi soffre delle conseguenze della guerra e del genocidio. Con questo film mi sono candidato al concorso del Sarajevo Film Festival, ma era troppo amatoriale. Allora ho iniziato a pensare a un altro film e per due anni ho scritto una storia: “L’angelo di Srebrenica”, un film di finzione a cui ho partecipato di nuovo al concorso e con questo stesso film ho fatto la domanda per la Sarajevo Film Academy. Avevo un grande desiderio di studiare cinema e questo film me lo ha permesso perché sono riuscito a entrare all’Accademia. Quindi tutto è nato per curiosità e passione. Quando mi ero presentato con questo film al festival, ho incontrato persone che studiavano cinema e mi hanno detto che, essendo amatoriale e non un vero studente di cinema, stavo rubando spazio a chi invece era professionista. Ci sono rimasto male e ho detto: adesso mi ci impegno. Io, ora che ho studiato, non direi mai a qualcuno una cosa così, perché tutti hanno il potenziale per diventare artisti.

Come hai deciso di trasferirti a Roma?

Al terzo anno dell’Academy ho studiato molto il neorealismo italiano e mi sono innamorato del cinema di Antonioni, De Sica, Rossellini, Fellini,  Pasolini e altri. Cercando su Google ho scoperto che era ancora aperto il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. Siccome conoscevo delle persone in Italia, tra loro quella che io chiamo la mia mamma italiana, Silvia Gaiba, mi hanno aiutato con le traduzioni e a capire le procedure per iscriversi. La mia idea era di andare a Roma senza piano B, puntare tutto su quella scuola. Sentivo di appartenere lì ed è stato così. È stato un impegno. Mi sono preparato tantissimo. Non è che mi sono preparato 2 o 3 mesi per entrarci, per me è come se mi fossi preparato tutta la mia vita per questa scuola. 

Oggi hai parlato del fatto che quando ti sei trasferito a Roma stavi attraversando un momento difficile. Come hai vissuto lo spostamento?

Sì, è stata un’illuminazione venire qua. Quando sono arrivato, ho iniziato a vedere il mondo in maniera diversa; mi sono allontanato un po’ dai traumi che avevo dalla guerra. Nonostante in ogni paese ci siano problemi, quando sei nuovo in un paese, in una città, ti concentri soprattutto sulle cose belle. Ora lo rifarei di nuovo tante volte.

Gabriella Scalabrini