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Susan Sarandon in The Accompanist – Alice nella Città

Reale, fantastico, emotivo. Sono le prime tre parole che mi vengono in mente quando penso all’esordio alla regia di un lungometraggio di Zach Woods. Un nome tutt’altro che sconosciuto al pubblico, soprattutto per il suo lavoro da attore in serie televisive come The Office e Silicon Valley, ma che con The Accompanist si mette per la prima volta alla prova dietro la macchina da presa nel lungometraggio.

Questi tre elementi, a mio avviso, riescono a riassumere perfettamente le sensazioni che trasmette questo film.
Reale, perché affronta fragilità e problemi concreti, situazioni che possono irrompere nella vita di chiunque: l’affidamento, la malattia di un familiare e le difficoltà che ognuno si porta dentro.
Fantastico, per quei momenti di evasione che le protagoniste, Sylvia (Susan Sarandon) ed Emily (Everly Carganilla), riescono a vivere, arrivando persino a volare. E infine emotivo, perché il film spoglia i personaggi delle loro difese, lasciandone emergere le fragilità, le sensazioni e i dolori.

Da una parte c’è Emily, che deve fare i conti con la consapevolezza che suo nonno non potrà più prendersi cura di lei a causa della demenza. Ha soltanto 8 anni, eppure è costretta a confrontarsi precocemente con la crudeltà con cui, a volte, la vita può colpire, sottraendole il nonno e separandola da lui, forse anche bruscamente, a causa dei modi poco delicati dei servizi sociali. Sylvia, invece, è già adulta, ma anche lei deve fare pace con il caos che si porta dentro. La figlia, morta a causa dell’anoressia, è ancora fortemente presente nella sua vita. Fin dall’inizio, infatti, lo spettatore percepisce questa presenza, forse senza riuscire a comprenderla fino in fondo se non verso il finale: quella di una figlia ballerina che, pur di raggiungere la perfezione richiesta, finisce per annientarsi lentamente, fino a spegnersi.

È proprio questo dolore, che entrambe portano dentro, a unirle. Emily si ritrova sballottata dall’assistente sociale fino alla casa di Sylvia, e la loro convivenza è inizialmente fredda, quasi diffidente. Poi, in qualche modo, complice un pianoforte, qualcosa comincia ad ammorbidirsi. La musica apre uno spazio di complicità, e tra le due nasce un rapporto che si costruisce gradualmente, alternando momenti di tenerezza a parentesi di pura ilarità. È qui che emerge anche la vena ironica del regista: dallo scherzo dell’infarto nel negozio di vestiti alla battuta del polacco senza braccio appeso al ramo, il film riesce a sorprendere lo spettatore proprio quando sembrerebbe voler condurre verso il dramma. Sylvia è ironica e vulnerabile, un po’ come Emily. Insieme formano un contrappunto generazionale: nessuna delle due esiste soltanto per far emergere l’altra, perché entrambe hanno una propria interiorità e una propria evoluzione.

Ed è qui che entra in gioco il titolo. Loro si accompagnano, senza possedersi e senza pretendere di risolvere i problemi l’una dell’altra. Sylvia è ancora in evidente difficoltà per la perdita della figlia: il lutto non è stato metabolizzato e forse non lo sarà mai del tutto. Emily, dal canto suo, non cerca di cancellare quel dolore. Forse non sa come farlo, forse è troppo piccola per comprendere fino in fondo una sofferenza simile. Ma soprattutto, anche lei sta attraversando una propria storia di disagio, e non può semplicemente metterla da parte per farsi carico di quella altrui. Le due protagoniste diventano così uno specchio reciproco: a tratti sembrano la stessa persona, soltanto in momenti diversi della vita. Una porta con sé il peso del passato, l’altra deve ancora costruire il proprio futuro. Eppure entrambe dipendono da circostanze che non possono controllare.

Quindi, in definitiva, chi è The Accompanist?
Sylvia, che può offrire a Emily una figura adulta a cui affidarsi? Oppure Emily, che rende forse meno tormentoso il dolore di Sylvia per la perdita della figlia, pur senza poterlo cancellare? O, più semplicemente, entrambe.
Perché accompagnare qualcuno non significa salvarlo, né avere la pretesa di guarirne le ferite.
Significa esserci, condividere un tratto di strada, senza necessariamente fare rumore.