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Un patrimonio migrante: tavola rotonda conclusiva della mostra Oggetti migranti

A conclusione della mostra Oggetti migranti. Dalla traccia alla voce si è tenuta ieri, lunedì 10 aprile, una tavola rotonda conclusiva con lo scopo di “tirare le somme” e restituire al pubblico il significato che l’esperienza ha assunto in tutte le sue fasi e le sue forme.

Ricordiamo che l’esposizione, allestita presso il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, è stata curata da Barbara d’Ambrosio e Costanza Meli, con la preziosa collaborazione dell’associazione Archivio Memorie Migranti: si è trattato di rendere opere d’arte dei semplici oggetti che i migranti hanno portato con sè durante quello che si può chiamare viaggio della speranza, attraverso il deserto e poi il mare.

Dopo una breve introduzione del professor Claudio Zambianchi, direttore del museo e docente di Storia dell’arte contemporanea presso la Sapienza e della vice presidente Ilaria Schiaffini, la prima parte della tavola rotonda è stato un breve excursus sui passaggi che hanno portato al vero e proprio allestimento della mostra Oggetti Migranti. Sono qui intervenuti, oltre alle due curatrici, Alessandro Triulzi, storico e presidente dell’Archivio Memorie Migranti e Gianluca Gatta, antropologo e anche lui membro dell’associazione.

Apre il discorso Costanza Meli, che si concentra nel sottolineare come tutto il loro lavoro abbia aperto la strada a tantissimi interrogativi e, al contrario, fornito molte poche risposte: sin dall’inizio si è trattato di una sfida, lanciata dal professor Giovanni Basile, a cui peraltro tutto questo è dedicato, con lo scopo di capire come approcciarsi a degli oggetti non considerati patrimonio artistico ufficialmente, ma che dovrebbero essere perché racchiudono in sé una storia da trasmettere. Ognuno di essi è l’intreccio tra un’identità collettiva e una individuale.

I diversi passaggi, coordinati inizialmente dal professor Basile, poi continuati sempre secondo i suoi insegnamenti sono stati attenti e non sempre facili: Barbara d’Ambrosio spiega come quella esposta nella mostra Oggetti Migranti sia solo una piccolissima parte selezionata del patrimonio rinvenuto in quello che è chiamato il “cimitero delle barche” di Lampedusa e che avrebbe dovuto costituire, secondo l’idea di Giuseppe Basile, il Museo dei Migranti proprio sull’isola.

Attraverso un’attività interdisciplinare di storici dell’arte, restauratori e antropologi è stato possibile effettuare un lavoro peculiare: la creazione di un catalogo personalizzato per questo tipo di oggetti, la suddivisione tra testimonianze direttamente documentarie e non, l’individuazione di alcuni criteri d’urgenza come quello della pessima conversazione della carta.

Tutti questi oggetti, come hanno sottolineato anche Alessandro Triulzi e Gianluca Gatta, hanno imposto un ascolto e uno scuotimento della coscienza in ognuno di loro, a cui si presentava la domanda: come approcciarsi a questo patrimonio inusuale? Non è stato sempre facile stabilire un contatto con delle storie di vita così vicine a tutti noi, ma tutti loro hanno sentito il dovere di innalzare quegli oggetti a vere e proprie opere d’arte.

Con questo stesso scopo, la restauratrice della Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, Gloria Pappalardo, ha mostrato come sia avvenuto il suo minuzioso lavoro di restaurazione degli oggetti e dei documenti: ha definito il suo un compito diverso dal solito, perché in realtà non si è trattato di restaurare, ma semplicemente di conservare. Non ha voluto “violentare” quegli oggetti, ma semplicemente dare la possibilità di capirli, mantenendo il loro stato di fragilità e consumazione.

La tavola rotonda è poi continuata con la restituzione del lavoro svolto dai due laboratori che erano stati organizzati: entrambi, con modalità diverse, hanno tentato di far avvicinare i ragazzi alla vicenda umana del viaggio.

Infine, nell’ultima parte dell’incontro alcuni ospiti esterni hanno espresso la propria opinione sull’approccio da usare nell’accostarsi a questi oggetti e soprattutto sul valore da assegnare ad essi: tra questi Anna Detheridge, teorica delle arti visive, presidente dell’agenzia di ricerca Connecting Cultures, si è soffermata proprio sulla dignità di tutte le testimonianze e sul fatto che questa questione debba avere una risonanza europea, perché è una realtà che tocca tutti.

A conclusione, si può benissimo dire che lo scopo della mostra Oggetti migranti. Dalla traccia alla voce e di tutto il progetto sia stato raggiunto: non si è trattato di una mera musealizzazione di oggetti, ma piuttosto di una restituita dignità anche ai protagonisi, noti e non noti, delle storie che essi racchiudono.

Ludovica Mora

 

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