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Jackie: alla ricerca della Camelot perduta

“La gente ama le favole. E le favole finiscono per diventare più reali delle persone che si hanno al proprio fianco”. Il film di Pablo Larrain, Jackie, può essere sintetizzato in questa unica frase. L’ipocrisia è la vera protagonista del racconto. Non il dolore per la perdita del marito, ma l’incontrovertibile falsità in cui è costretta a vivere Jackie Kennedy, interpretata da una Natalie Portman da Oscar che incanta il regista Larrain tanto da tenere la videocamera fissa su di lei per quasi tutto il film. Ipocrisia che, nonostante tutto, la stessa protagonista alimenta giorno dopo giorno perché unica fonte di sopravvivenza, e ciò lo si nota nei tentativi inutili di mascherare i tradimenti del marito: “A volte voleva passeggiare nel deserto, da solo, soltanto per lasciarsi tentare dal diavolo.
Ma tornava sempre da noi, la sua amata famiglia. E io non fumo” dice Jackie, con la sigaretta in mano.

Jackie è una donna ormai sola, che si aggrappa a menzogne per continuare a vivere. “Tutto quello che ho fatto per il funerale non è per lui, né per il suo lascito, ma per me” rivelerà al sacerdote dopo il funerale del marito. Attraverso il lutto di Jackie, Larrain rende partecipe il pubblico dello smarrimento esistenziale della protagonista e della sua solitudine. È sola di fronte alla famiglia Kennedy e al cognato Bob, che le sta vicino ma con cui sente la mancanza di un legame parentale, e nelle divergenze con il neo presidente Johnson. Il senso di isolamento di questa figura femminile è reso dal regista con grande delicatezza e allo stesso tempo con punte che sfiorano i limiti della crudeltà.

Significativo l’accostamento effettuato dall’ex first lady tra John Kennedy e il presidente Lincoln, ennesimo tentativo insincero di mitizzare la figura del defunto marito. Avvalendosi del mezzo televisivo, la costruzione del mito da parte della donna è evidente anche nell’ accostamento tra la Casa Bianca e la reggia di Camelot. Ma la Casa Bianca è qualcosa che non appartiene a Jackie.
È presa in prestito, le stanze in cui si aggira non saranno mai sue, è qualcosa di non familiare; ciò accresce ulteriormente il vuoto di Jackie.

La costruzione di una favola da raccontare al mondo diventa l’unico modo per nascondere segreti mai risolti. Ecco l’ipocrisia del potere di cui Jackie fa parte. “Credete di poter controllare tutto, ma gli hanno sparato in carcere!” urla la ex first lady a Bob Kennedy venendo a conoscenza dell’assassinio di Lee Oswald, presunto colpevole della morte del marito. Presunta perché mai accertata definitivamente, e che ancor oggi rappresenta una ferita della storia americana, uscita appena dall’ idillio degli anni Cinquanta.

La vera Jackie si scorge nella scena in cui è costretta a rivelare ai suoi figli la perdita del loro padre. Il dramma del personaggio risiede nella consapevolezza di dover costruire delle favole come quelle infantili per rendere la vita di tutti i giorni più sopportabile; favole che racconta in primis a se stessa. Allusive a questo tema sono le scene finali, in cui Jackie passeggia da sola per i viali della città e osserva i manichini delle boutique. Jackie è ormai un manichino, come il marito è solo un ritratto appeso nella Casa Bianca. Così Larrain chiude la sua opera, con il tema dell’impossibilità di rimanere al di fuori delle proprie menzogne e convinzioni.

Alessandra Verna

 

170225_jackieTrailer del film

https://www.youtube.com/watch?v=98jgMxH6KgQ

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