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“Contro Barthes”: la concezione sbagliata della fotografia secondo Joan Fontcuberta

Nel suo nuovo libro, che si intitola “Contro Barthes” e sarà disponibile nelle librerie da venerdì 21 aprile, il fotografo e saggista spagnolo Joan Fontcuberta riflette sulla condizione incerta della fotografia, partendo dalle critiche verso il pensiero canonico di Roland Barthes, un suo collega francese scomparso nel 1976.
Tu, Roland, avevi tutte le dita, a me manca mezzo indice. Alla fine, avere mezzo dito è stato un vantaggio: mi ha predisposto non solo a segnalare a metà, ma anche ad accettare a metà sia le teorie sia le verità – le teorie e le verità che sono riconosciute incomplete e provvisorie“.

Fontcuberta riprende un archivio di scatti recuperati da “Alerta“, una rivista di cronaca nera messicana, in cui si è soliti indicare qualcosa. Ecco che secondo Barthes il puntare il dito in una foto è un elemento visivo fondamentale: ogni fotografia indica che “questo è stato”, cioè che un determinato evento si è verificato. Tuttavia, se la fotografia è il risultato di varie operazioni di posa e teatralità, Fontcuberta si domanda se la macchina fotografica possa confrontarsi con una realtà reale o se invece si limiti a descrivere un set che fa parte della scena. Secondo lui, mettere il dito nella foto significa segnalare un oggetto per dare un giudizio su di esso.

La parola “contro“, presente nel titolo del libro di Fontcuberta, rappresenta in primis un’opposizione al pensiero di Barthes, che lo spagnolo vorrebbe cancellare. Dopodiché, non basta opporsi alle teorie barthesiane, ma bisogna proprio uscirne, superando tutte le sue restrizioni, per poter entrare in tutta la ricchezza che offre il mondo della fotografia.

Nel suo libro, Fontcuberta non le manda a dire neanche alla rivista messicana “Alerta“, accusata di rappresentare e cercare elementi che allontanano la fotografia dalla realtà. Alerta racconta principalmente la nota roja (cronaca nera), che si basa su fatti sanguinosi come omicidi, torture, rapine, in cui si usa lo slogan “Se non c’è sangue, non c’è notizia“. Il fotografo spagnolo ritiene che con la cronaca nera i lettori osservino troppo da vicino la corruzione e la malvagità della società: ciò da un lato fa da sistema di adattamento alla violenza, dall’altro svolge un ruolo di consolazione, dimostrando che c’è sempre qualcuno più disgraziato di noi.

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