“San Francesco contempla un teschio” di Francisco de Zurbarán ai Musei Capitolini

“San Francesco contempla un teschio” di Francisco de Zurbarán ai Musei Capitolini

Dal 16 marzo al 15 maggio 2022, grazie al prestito dal Saint Louis Art Museum, l’opera “San Francesco contempla un teschio” di Francisco de Zurbarán sarà esposta nella Sala Santa Petronilla dei Musei Capitolini.

Il progetto espositivo “Zurbarán a Roma. Il San Francesco del Saint Louis Art Museum tra Caravaggio e Velázquez” è promosso da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è curato da Federica Papi e Claudio Parisi Presicce. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

La scelta di allestire l’opera nella Sala Santa Petronilla non è affatto casuale. Infatti pone il dipinto in dialogo sia con le due tele di Caravaggio in essa presenti, la Buona Ventura e il San Giovanni Battista, sia con il Ritratto di Juan de Córdoba di Diego Velázquez: quattro capolavori, dunque, eseguiti nell’arco di circa cinquant’anni, il cui accostamento offre una riflessione sull’arte dei tre protagonisti della pittura seicentesca.

L’autore

Come detto in precedenza l’opera è stata realizzata da Francisco de Zurbarán che, insieme a Diego Velázquez e Bartolomé Esteban Murillo, è uno dei più grandi interpreti della pittura spagnola del cosiddetto «Siglo de Oro». 

Zurbarán nasce a Fuente de Cantos nel 1598. Si sposta poi a Siviglia, città in cui si forma artisticamente, e nella quale si trasferirà definitivamente nel 1629 invitato dalle autorità cittadine

Nelle sue opere è presente da subito la firma naturalista e poetica. Il tenebrismo di matrice caravaggesca si fonde con il suo cromatismo rendendo reali i soggetti per effetto della luce, veicolo del divino, che illumina e scolpisce come un’accetta i suoi modelli. 

Alla fiorente attività del suo laboratorio si affiancano però diverse avversità nella sfera privata: nel 1639 muore la seconda moglie e dieci anni dopo perde anche il figlio collaboratore Juan colpito dalla peste del 1649. Anche sul fronte lavorativo si vede costretto a concentrare la sua attività verso l’America dove le sue pitture erano molto richieste, tutto ciò a causa dell’imperversare a Siviglia della nuova pittura dolciastra di Murillo.

Dal 1568 fino alla morte nel 1664 risiederà a Madrid con la terza moglie conducendo una vita modesta e dedicandosi a quadri di piccole dimensioni e di devozione privata. Sono ormai gli anni in cui cercherà di adeguarsi alle nuove mode pittoriche addolcendo le forme e imprimendo alle sue tele un cromatismo atmosferico assimilato da Velázquez, senza però mai rinunciare alla sua monumentale severità.

L’opera

Il San Francesco contempla un teschio, in origine parte di una pala d’altare (retablo) conservata nella chiesa carmelitana del collegio di Sant’Alberto a Siviglia, nonostante le dimensioni contenute, costituisce una delle raffigurazioni più affascinanti del fraticello d’Assisi.

Il santo, vera e propria ossessione pittorica dell’artista, è raffigurato in piedi, con il caratteristico abito dei cappuccini mentre contempla un teschio che tiene tra le mani. L’aspetto severo e monumentale della composizione è accentuato dal forte rigore geometrico, dalla verticalità del cappuccio e delle pieghe della veste che cade dritta fino a terra lasciando scoperte soltanto le punte delle dita dei piedi scalzi. Il dialogo silenzioso tra il santo e il cranio simboleggia il passaggio dalla vita alla morte alludendo alla fragilità dell’esistenza umana, un tema ricorrente nell’arte barocca spagnola e in generale in quella della Controriforma. 

Il processo creativo e visivo è dunque lento e non immediato e le luci e le ombre non assumono un valore naturale bensì simbolico e spirituale. 

Proprio sull’uso della luce si incentra il confronto tra il San Francesco del Saint Louis Art Museum e i Caravaggio e il Velázquez della Pinacoteca Capitolina, che mette in evidenza le affinità ma anche le differenze. Se infatti il rapporto tra forma, spazio, tempo e luce rappresenta il comune denominatore, molto diversa è la scelta pittorica e l’interpretazione simbolica che ognuno ne diede.

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