La notte del 2 gennaio il mondo si è fermato: in Venezuela, le forze statunitensi hanno condotto un’operazione militare che ha portato alla cattura, all’arresto e al trasferimento negli Stati Uniti del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Nelle ore immediatamente successive all’attacco, a Roma circa 200 persone, fra cui collettivi studenteschi, si sono riunite davanti all’ambasciata degli Stati Uniti per protestare contro l’operazione militare. Il 5 gennaio hanno poi dato vita a un presidio in piazza Barberini, denunciando una grave violazione del diritto internazionale e chiedendo l’intervento dell’Onu e una presa di posizione da parte dell’Unione Europea. Il presidio è stato promosso da Cgil, Anpi, Stop Rearm Europe e numerose altre associazioni pacifiste e realtà della società civile.
L’obiettivo dichiarato era reagire a quella che i promotori definiscono un’azione inaudita e illegittima, riaffermando la cultura della pace. «Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato», ha affermato Raffaella Bolini, vicepresidente nazionale dell’Arci e copresidente del Forum Civico Europeo, denunciando un sistema in cui «il più forte può fare tutto ciò che vuole». Al centro della protesta anche le motivazioni economiche attribuite all’operazione militare: «È abominevole – ha proseguito Bolini – che si dica apertamente di essere andati in Venezuela per prendersi il petrolio».
Ma mentre in Italia e in altri Paesi del mondo si moltiplicano le proteste contro l’intervento statunitense, per timore che un’operazione simile possa costituire un precedente pericoloso sul piano internazionale, dal Venezuela e dalla comunità venezuelana all’estero emerge una narrazione profondamente diversa. In queste ore, migliaia di cittadini venezuelani hanno fatto sentire la propria voce attraverso blog, social network e manifestazioni spontanee nelle strade, raccontando sentimenti che oscillano tra sollievo, commozione e speranza.
Nel Paese permane una crisi sociale ed economica drammatica: l’iperinflazione continua a erodere ogni forma di reddito, i tassi di malnutrizione restano altissimi e oltre 9 milioni di venezuelani sono stati costretti a lasciare la propria terra negli ultimi anni. Il sistema sanitario, già collassato, fatica ancora di più dopo i bombardamenti che hanno danneggiato strutture civili e aggravato la carenza di medicinali e personale. Le sanzioni e il blocco economico, secondo diverse analisi, rischiano di far precipitare ulteriormente le entrate petrolifere e di alimentare una crisi umanitaria senza precedenti.
In questo contesto, la popolazione vive sospesa tra paura, rassegnazione e un fragile desiderio di stabilità, mentre la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione gli sviluppi di una crisi che sembra lontana da una soluzione. Per molti venezuelani è difficile far comprendere all’estero la gioia di chi vede, per la prima volta dopo anni di silenzio, repressione, dittatura e consultazioni elettorali considerate fittizie, la possibilità di un cambiamento reale. «Non si può capire cosa significhi sentirsi finalmente liberi», è uno dei messaggi più ricorrenti rilanciati online da cittadini rimasti nel Paese o fuggiti all’estero. Una libertà che, secondo questa parte della popolazione, sarebbe stata negata a lungo sotto gli occhi della comunità internazionale.
I venezuelani che sostengono la fine del governo di Maduro affermano che gli abusi, le violazioni dei diritti umani, la repressione del dissenso e il collasso economico erano evidenti da anni, documentati da testimonianze, immagini e denunce, ma che nessun intervento concreto è mai arrivato. Da qui l’incomprensione, e in alcuni casi l’amarezza, di fronte alle mobilitazioni internazionali che condannano l’operazione militare senza, a loro avviso, tenere conto dell’esperienza vissuta dalla popolazione. A queste posizioni si contrappone però il principio secondo cui deve essere il popolo a decidere del proprio futuro: ogni intervento militare esterno, motivato da interessi geopolitici ed economici, viola questo diritto e apre scenari di instabilità e violenza incontrollabile. È proprio questa deriva a preoccupare chi critica il modo in cui operano gli Stati Uniti, percepiti come «controllori del mondo», celando – secondo i detrattori – i reali interessi che muovono le loro azioni.
Questa frattura narrativa si riflette anche nelle piazze europee, come a Roma, dove le manifestazioni sono state segnate da momenti di tensione: il confronto tra manifestanti italiani ed esuli venezuelani ha mostrato quanto il conflitto non sia solo geopolitico, ma anche profondamente umano e identitario. «Non ci potete parlare di diritti umani – hanno raccontato alcuni giovani esuli venezuelani anti-Maduro in piazza – in Italia si vota liberamente, da noi non puoi neanche parlare.»
Due letture opposte della stessa vicenda, entrambe radicate nella paura: da un lato quella di chi teme il crollo del diritto internazionale, dall’altro quella di un popolo che rivendica di aver sopportato per anni violenze e privazioni nel silenzio del mondo.
