Dopo il successo a Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, Un anno di scuola arriva nella sezione Alice nella città della Festa del Cinema di Roma 2025, confermando Laura Samani come una delle voci più originali del nuovo cinema italiano. Ambientato a Trieste nel settembre del 2007, il film racconta un anno cruciale nella vita di un gruppo di adolescenti: un tempo di scoperte, esitazioni e crescita, tanto emotiva quanto identitaria.
Fred, una ragazza svedese di diciotto anni appena arrivata a Trieste insieme al padre, trasferito per lavoro, si ritrova a frequentare l’ultimo anno di un istituto tecnico. È l’unica studentessa in una classe interamente maschile, popolata da tre amici inseparabili: Antero, il più riservato e carismatico; Pasini, impulsivo e seduttore; Mitis, il più protettivo del gruppo. L’arrivo di Fred rompe gli equilibri consolidati, innescando una tensione sotterranea che attraversa l’intero film. Ciascuno dei tre ragazzi reagisce diversamente alla sua presenza, oscillando tra curiosità, attrazione e difidenza, mentre Fred cerca soltanto di essere accettata come parte del gruppo.
Attraverso questa dinamica, Samani costruisce una riflessione sottile e lucida sull’amicizia tra uomo e donna, spogliandola di cliché romantici per restituirla nella sua ambiguità più autentica. Un anno di scuola mostra quanto possa essere fragile il confine tra amicizia e desiderio, quanto l’identità si definisca anche nella relazione con l’altro e quanto le dinamiche di genere continuino a
plasmare il modo in cui i giovani si percepiscono.
Il film è, a tutti gli efetti, un coming of age nel senso più pieno del termine. Le “prime volte” — il primo amore, la prima delusione, la prima separazione, il primo sguardo consapevole sul proprio corpo e sul mondo — diventano il tessuto narrativo su cui si intrecciano le esperienze dei protagonisti. Samani evita ogni deriva nostalgica o moralista: il suo sguardo è discreto, rispettoso, attento alle sfumature. Le emozioni emergono più nei silenzi che nei dialoghi, nei gesti esitanti, negli spazi vuoti. Trieste non è una semplice cornice, ma un vero e proprio personaggio. La città di confine, crocevia di lingue e culture, con il suo mare e i suoi quartieri sospesi tra Est e Ovest, diventa specchio dell’identità ibrida dei protagonisti, adolescenti che cercano un’appartenenza nel mondo. Il dialetto, le inflessioni linguistiche, la luce di settembre, i bar di periferia e il vento di Bora restituiscono una Trieste viva, concreta, lontana da ogni cartolina turistica. Ambientare la storia nel 2007 — in un tempo in cui gli smartphone non avevano ancora colonizzato la quotidianità — permette inoltre di osservare una generazione che si afaccia all’età adulta nell’ultimo scorcio dell’epoca analogica.
La protagonista Stella Wendick, giovane attrice svedese al suo debutto in un ruolo principale, offre un’interpretazione magnetica e naturale, capace di restituire la vulnerabilità e la determinazione di Fred con sorprendente autenticità. Accanto a lei, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno — anche loro volti nuovi — incarnano tre archetipi adolescenziali che evitano la stereotipia grazie a una scrittura precisa e a una regia che privilegia l’osservazione alla dichiarazione.
Laura Samani, triestina classe 1989, porta nel film un legame personale con il territorio e una sensibilità che si percepisce in ogni inquadratura. Ispirandosi liberamente al racconto omonimo di Giani Stuparich, la regista reinterpreta la materia letteraria in chiave contemporanea. La sua regia, rigorosa e insieme empatica, costruisce un linguaggio visivo coerente con il tema: camera a mano, luce naturale, tempi lunghi, un’attenzione costante ai corpi e ai loro movimenti nello spazio.
Un anno di scuola è dunque un film sull’adolescenza, ma anche sulla difficoltà di crescere in un contesto che definisce ancora troppo rigidamente i ruoli di genere; un film sul desiderio di appartenere e sul prezzo che questo comporta. È un’opera che rifiuta le semplificazioni, scegliendo invece la complessità delle relazioni e l’opacità dei sentimenti. Il risultato è un racconto intimo e universale, capace di parlare a più generazioni, in cui la Trieste del 2007 diventa un microcosmo dell’adolescenza contemporanea.
In un panorama cinematografico spesso dominato da storie di formazione maschili o da commedie adolescenziali stereotipate, Un anno di scuola si distingue per la delicatezza e la verità dello sguardo. È un film che non cerca di raccontare “i giovani”, ma piuttosto di restituire l’esperienza, fragile e irripetibile, di esser stati tali.
Articolo a cura di Federica Casciani
