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Ti sei mai chiesto quanto spazio occupi nel mondo?

Guardati intorno, osserva le cose che possiedi, lo spazio che occupano. Ti servono davvero? Ti sei mai chiesto cosa è essenziale nella tua vita?

Andrea Zittel non solo se l’è chiesto, ma ha fatto di questa domanda il fulcro della sua ricerca. È un’artista contemporanea statunitense, nata nel 1965, che nel corso di tutta la sua carriera, tramite le sue opere, non ha fatto altro che indagare la vita che la circonda cercando di capire come i bisogni umani si traducono nell’organizzazione degli spazi. È un’artista poliedrica: lavora nel campo dell’arte, del design e dell’architettura mantenendo però costante il profondo interesse per la messa in discussione di quello che diamo per scontato, dal nostro modo di vivere alle nostre abitudini.

A partire dal 1991 ha deliberatamente deciso di ridurre ai minimi termini la sua vita, tenendo solo ciò che nel tempo si è dimostrato necessario. 

Il risultato? Una forma di arte “quotidiana” che sfiora il limite della filosofia.

Questo progetto ha abbracciato ogni aspetto della sua vita: ha ideato dei moduli principali di abbigliamento che ha indossato ogni giorno per sei mesi, si è nutrita quasi esclusivamente di cibi disidratati per limitare le scelte e i tempi e ha realizzato alcune tra le sue opere più importanti chiamate “Living Units”. 

 

Le  “Living Units” sono strutture abitative modulabili e estremamente funzionali che condensano tutto quello che serve per vivere e in cui lei stessa ha vissuto. Queste strutture riscrivono ex novo la percezione che abbiamo degli ambienti abitativi che a questo punto diventano siti d’indagine, mostrando anche l’interdipendenza tra l’opera d’arte e l’ambiente che la circonda. Germano Celant scrive a riguardo che l’arte crea uno spazio ambientale e di conseguenza l’ambiente crea l’arte.

Queste opere sono riflessioni sull’autonomia dell’uomo sui suoi limiti e sulle sue libertà. Prendendo ad esempio le uniformi, vediamo come i progetti di Zittel, in apparenza sistemi di regole rigide e impassibili, suggeriscano tuttavia che questi sistemi possano permettere maggiore libertà e creatività. 

Ciò che ci fa sentire liberati non è la libertà totale, ma piuttosto vivere in un insieme di limiti che ci siamo creati e prescritti“, afferma l’artista stessa.

La Zittel parte inizialmente da un approccio umoristico e provocatorio ad una condizione di necessità: durante la sua vita ha vissuto per un periodo a New York, abitando in una casa di appena 19 m². Zittel è stata costretta a chiedersi cosa fosse davvero essenziale. Ma da questo punto si è generato qualcosa di molto più profondo: mettendo da parte l’horror vacui che ci instilla il consumismo, scarnificando la vita umana, ha aperto gli occhi sulla realtà, lasciando spazio anche a tematiche come la povertà, la dignità dell’individuo e il mal impiego delle risorse sempre più scarseggianti.

Nelle grandi città, come Roma, dove la stratificazione della storia convive con un presente sovraccarico di stimoli, oggetti e possibilità, il pensiero di Andrea Zittel assume un valore quasi terapeutico. In contesti urbani che offrono sempre più del necessario e a volte anche più dell’abbondante, fermarsi a interrogarsi su ciò che è davvero essenziale diventa un atto di consapevolezza e, in fondo, di resistenza. 

Il suo lavoro rischia di essere frainteso ma non deve essere letto come una vita austera e arida, tutt’altro: ridurre non significa impoverire, ma fare spazio: allo sguardo, al tempo, alla qualità dell’esperienza. In una città che trabocca di bellezza, consumo e contraddizioni, imparare a scegliere, a porre dei limiti, può restituire dignità all’abitare e profondità al vivere.

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