Per diventare leggenda, ci vuole la vittoria. Ma per fare la vittoria, ci vuole tutto il resto: talento, tempo, tenacia. E Tadej Pogačar, ventisei anni e già quattro Tour de France in bacheca, ha messo tutto insieme ancora una volta. È arrivato in giallo a Parigi, per la quarta volta in carriera, per la seconda volta consecutiva. È l’unico corridore dell’era moderna, insieme a Chris Froome, ad aver firmato un poker nella Grand Boucle. E forse, rispetto al britannico, ha qualcosa in più: il coraggio della bellezza.
Perché se c’è una cosa che distingue Pogačar dagli altri, è il modo. Corre con l’anima, attacca quando non serve, sorride quando non dovrebbe, rilancia quando gli altri calcolano. È il simbolo di un ciclismo che ha ritrovato il gusto della sorpresa dentro la tirannia della scienza. Vince, ma non solo: emoziona. Anche quando è prevedibile, riesce a non esserlo. Anche quando è dominante, riesce a sembrare umano.
Il Tour de France 2025 non è stato una formalità, ma nemmeno un duello. Jonas Vingegaard, reduce da un anno complicato tra infortuni e cadute, ha fatto il possibile. Ha chiuso secondo per la terza volta consecutiva, ha lottato, ha atteso, ha anche provato. Ma il Tour, questa volta, aveva una sola direzione. Lo si è capito nelle prime tappe pirenaiche, lo si è confermato nelle Alpi, lo si è suggellato a cronometro: quando Pogačar spinge, si apre un varco che nessuno riesce a richiudere.
Quattro successi di tappa, quattordici giorni in maglia gialla, anche la maglia a pois per il miglior scalatore, con una regolarità quasi disarmante. Il tutto senza mai dare la sensazione di essere davvero sotto pressione. Tadej ha costruito il suo successo un mattoncino alla volta, senza avere la necessità di vincere ogni tappa ma farlo dov’è necessario. Ecco quindi che l’ultima settimana del tour diventa un copiare le mosse di Vingegaard, il quale, non guadagna su Pogacar.
Il podio di Parigi racconta qualcosa del presente e molto del futuro: dietro Vingegaard, terzo è finito Florian Lipowitz, giovane di ottime speranze della Red Bull-Bora-Hansgrohe che arriva a Parigi con un ritardo di undici minuti. Un passaggio di consegne che, per ora, è solo simbolico. Ma che dice molto su cosa stia costruendo la squadra emiratina: non solo un dominatore, ma un’era.
A rendere tutto più denso c’è la primavera che ha preceduto questo Tour. Una primavera da cannibale: Liegi-Bastogne-Liegi, Giro delle Fiandre, Amstel Gold Race, Giro di Lombardia. Cinque Monumento in carriera, in attesa della Parigi.Roubaix. E soprattutto una continuità che impressiona: sono ormai cinque stagioni che Tadej Pogačar vince, con costanza e naturalezza, senza mai perdere il sorriso. E in fondo, senza mai cambiare davvero.
Perché il punto è proprio questo. Pogačar non è cambiato. È cresciuto, sì. È più maturo tatticamente, è più lucido nel gestire le energie, ha imparato a non strafare. È tutt’altro ciclista da quello che nel 2023 non seppe reagire all’attacco di Jonas Vingegaard sul Col de La Loze dicendo: “i’m Gone, i’m dead”. Ma lo spirito è rimasto lo stesso di sempre: quello di un ragazzo che ama la bici e lo fa vedere ogni volta che pedala.
Sul pavé bagnato di Montmartre, nella tappa finale prima dei Campi Elisi, ha lasciato la vittoria a Wout van Aert, per rispetto e amicizia. Poi si è messo in coda al gruppo, ha sorriso ai fotografi, ha abbracciato Juan Ayuso e Rafa Majka. Quando è salito sul podio, ha guardato la folla come se fosse la prima volta. E in un certo senso lo era: perché ogni Tour è una storia a sé. E ogni maglia gialla ha un peso diverso.
Ora il mondo si chiede dove può arrivare. La quinta vittoria è a un passo. Il record di Merckx, Hinault, Anquetil e Induráin è lì, a un altro Tour. Ma soprattutto c’è una sensazione, crescente: che il meglio debba ancora venire. Pogačar ha tutto per riscrivere la storia, ma lo farà, come sempre, a modo suo. Senza calcoli, senza paura. Con la gioia del gesto prima ancora che del risultato.
Nel frattempo, il ciclismo ha un volto. Ha un nome. E continua a pedalare un metro davanti agli altri.
Andrea Delcuratolo
