In Senato è arrivata una proposta di legge bipartisan che punta a vietare la macellazione degli equidi (cavalli, asini, muli, pony e bardotti) riconoscendoli come animali d’affezione e quindi “Non DPA”, cioè non destinati alla produzione alimentare. Se approvata, la norma renderebbe di fatto illegali macellazione e commercio delle carni equine.
Il testo, appena incardinato in Commissione Ambiente, prevede sanzioni penali e pecuniarie per chi alleva equidi a scopo alimentare: reclusione da 3 mesi a 3 anni e multe fino a 100mila euro, con un aggravio se la carne viene effettivamente immessa sul mercato. È previsto anche l’obbligo di registrazione e microchip entro due mesi dall’entrata in vigore della norma, per rafforzare la tracciabilità.
I numeri raccontano un Paese diviso. Da un lato, il consumo è ormai minoritario: secondo un sondaggio citato da Sky TG24, solo il 17% di chi mangia carne consuma anche carne di cavallo, e su base regionale Puglia e Lombardia risultano tra le aree con maggiore incidenza.
Eppure, ridurre la discussione a “si mangia / non si mangia” rischia di essere troppo semplice. Là dove il consumo è più alto non si parla solo di abitudine alimentare, ma di cultura regionale sedimentata da decenni: in Puglia la carne equina è legata a preparazioni identitarie come le brasciòle (il ragù della domenica, tramandato da famiglia a famiglia), mentre nel Nord-Est esistono piatti storici come la pastissada de caval veronese. E poi c’è la Sardegna, dove la carne di “cuaddu” è presente in diverse zone dell’isola e, per molti, rientra nella normalità gastronomica al pari di altre carni.
Il problema è quindi che un divieto totale, con pene pesanti, rischia di suonare come una scelta calata dall’alto su territori in cui cavallo e asino non sono percepiti solo come animali d’affezione, ma anche come parte di una tradizione alimentare. Lo stesso vale per alcune preparazioni a base di asino che sopravvivono in nicchie locali: non per crudeltà, ma come eredità di una cucina contadina che usava ciò che aveva. (n.d.r. ricordiamo per esempio la tanto osannata dieta mediterranea, associata spesso alla longevità).
Questo non significa ignorare la questione etica, né chi chiede più tutele: significa però riconoscere che in Italia l’etica convive spesso con cucine e culture diverse, e che trattare tutto allo stesso modo può creare solo un appiattimento culturale. Forse la domanda vera è un’altra: serve davvero il divieto assoluto, o servono regole più severe su benessere animale, controlli, tracciabilità e filiere?
