Roma diventa teatro di uno scambio culturale senza precedenti: fino al 3 maggio 2026, presso il Museo dell’Ara Pacis, è in corso la mostra curata da Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, coprodotta e organizzata dalla Sovrintendenza e da MondoMostre, con il supporto di Zètema Progetto Cultura. L’esposizione presenta 52 opere provenienti dal Detroit Institute of Arts (D.I.A.). Come ci ha spiegato Zambianchi, si tratta a tutti gli effetti di uno scambio: in cambio delle 52 opere, infatti, i Musei Capitolini daranno al D.I.A. in prestito La Buona Ventura di Caravaggio per una mostra del 2027.
“I dipinti esposti individuano una fase di cambiamenti senza precedenti nella storia dell’arte. Sono quadri di autori che contribuirono a ridefinire il linguaggio pittorico moderno, difficili da vedere in Italia in questa quantità e in questa qualità”, ha affermato Zambianchi, rendendo esplicita l’unicità dell’occasione che offre questa mostra che si pone l’obiettivo di raccontare l’arte europea realizzata tra gli anni quaranta dell’Ottocento e i primi decenni del novecento.
Organizzata in quattro sezioni, è stata pensata dai curatori seguendo un ordine cronologico e geografico, così da rendere chiaramente visibile l’evoluzione del pensiero artistico impressionista e post-impressionista.
L’impressionismo nasce a Parigi tra il 1860 e il 1870, quando un gruppo di artisti, affascinato dalla luce che li circonda, mira a catturarne l’essenza eliminando rifiniture superflue e privilegiando l’impressione visiva. Gli impressionisti rifiutano sia il dogma neoclassico che il pathos, poetico ma talvolta artificiale, del romanticismo. La loro grande rivoluzione sta nell’essere riusciti a dimostrare che l’esperienza della realtà che si compie con la pittura è un’esperienza piena e legittima che scopre il mondo così com’è invece di interpretarlo o tradurlo.
La mostra si apre con il rinnovamento francese quando la vita comincia a cambiare e lo sguardo degli artisti comincia a spostarsi dal linguaggio accademico alla vita quotidiana, in cui i pittori impressionisti trovano la nuova materia della loro ricerca. Complice in questo anche la spinta critica e letteraria esercitata da Charles Baudelaire che manifesta un grande interesse per la rappresentazione del quotidiano e per la resa immediata della percezione della luce.
Non appena entrati ci si trova davanti ad artisti del calibro di Manet, Degas e Van Gogh che indagano un nuovo approccio all’arte che, a tutti gli effetti, diventa uno specchio esatto della nuda società.
“Donna in poltrona” di Renoir, per fare un esempio, riflette a pieno il cambiamento impressionista: non solo l’attenzione è posta su un momento che possiamo senza timore definire intimo, quotidiano, ma soprattutto la percezione immediata e sensibile prevale sull’analisi puntuale della realtà. La figura emerge da uno sfondo non definito, tornita dalla luce più che dal disegno. Citando lo storico dell’arte G.C. Argan: “Renoir ritrae una figura che dà forma nella pienezza plastica del corpo a tutto lo spazio e a tutta la luce del mondo.” Lo sguardo quasi annoiato della donna ci racconta un interesse per la vita moderna non idealizzata.
Non è difficile comprendere perché sia stata scelta come visual della mostra. Il professor Zambianchi, oltretutto, nella piccola intervista che ci ha rilasciato, ci ha “confessato” di essere questa una delle sue preferite tra le opere esposte.
“Donna in poltrona” 1874, Pierre Auguste Renoir
La sezione centrale della mostra è dedicata alla Parigi dei primi decenni del Novecento, affermatasi come capitale artistica internazionale, con protagonisti come Pablo Picasso, rappresentato dal periodo rosa e dalla fase cubista, e Henri Matisse, di cui le opere documentano l’evoluzione verso un maggiore rigore geometrico. Il panorama è completato dalle opere cubiste di María Blanchard e Juan Gris, e dai dipinti espressionisti di Amedeo Modigliani e Chaïm Soutine, esponenti centrali della Scuola di Parigi.

La sezione conclusiva della mostra è dedicata all’avanguardia tedesca, ambito in cui il Detroit Institute of Arts possiede una collezione di straordinaria rilevanza, formata grazie alla lungimiranza del direttore Wilhelm R. Valentiner, in carica dal 1924 al 1945, e al sostegno di importanti mecenati. Di origine tedesca e in contatto diretto con artisti e gallerie d’avanguardia, Valentiner poté selezionare opere in una Germania ancora non nazista, orientandosi verso i grandi movimenti d’anteguerra, come Die Brücke e Der Blaue Reiter, rappresentati da Max Pechstein, Wassily Kandinsky e Lyonel Feininger, e soprattutto verso la produzione del dopoguerra, che restituisce la drammaticità della Germania sconfitta attraverso i lavori di Erich Heckel, Karl Schmidt-Rottluff, Emil Nolde, Oskar Kokoschka e Max Beckmann, il cui Autoritratto del 1945 esprime emblematicamente l’incertezza del periodo postbellico.

Attraverso questo percorso, curato nel minimo dettaglio, si percepisce come l’arte moderna non sia mai isolata, bensì il risultato di incontri, scambi culturali e intuizioni individuali capaci di trasformare la percezione del mondo.

