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Referendum marzo 2026: no (ancora) al voto fuorisede

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati alle urne per un referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia. Come spiegato dal Ministero degli Affari Esteri, il voto servirà a decidere se approvare o respingere una legge di revisione della Costituzione. La riforma interviene sull’ordinamento della Magistratura: il punto centrale è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Il testo prevederebbe  la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, istituendo due distinti organi di autogoverno: il Consiglio Superiore della Magistratura giudicante e quello requirente. Inoltre, viene creata un’Alta Corte disciplinare autonoma per i procedimenti disciplinari, composta da 15 membri, che sostituisce la Sezione disciplinare del CSM. Ma ancora una volta il voto fuorisede non è previsto.

La legge italiana definisce il voto come un diritto e un dovere civico, ma nei fatti l’Italia resta l’unico grande Paese europeo a non garantire il diritto di voto a chi studia o lavora lontano dal comune di residenza. Secondo i dati Istat aggiornati al 2022, sono circa 4,9 milioni gli studenti e i lavoratori fuori sede, una cifra che, nel 2026, continua a crescere e rappresentare cittadini che non potranno partecipare al referendum, perché impossibilitati a votare nel luogo in cui vivono stabilmente.

Il confronto con gli altri Stati europei è significativo. In Spagna, Germania, Austria, Irlanda, Polonia e Slovenia è possibile votare per corrispondenza se ci si trova lontani dal proprio comune; in Francia, Belgio e Paesi Bassi esiste il voto per delega, che consente di incaricare un’altra persona residente nello stesso comune; mentre l’Estonia è il primo Paese che prevede il voto elettronico. In Italia, invece, il diritto di voto resta legato rigidamente al comune di residenza.

Il problema è che in Italia non esiste una legge definitiva sul voto fuori sede. Negli ultimi anni ci sono state alcune sperimentazioni, come in occasione delle elezioni europee, ma questo è stato reso possibile solo grazie a norme ad hoc, inserite di volta in volta nei decreti che regolavano le singole elezioni. Ma una volta terminate le consultazioni, le norme sono decadute, rendendo necessaria una nuova approvazione. Per il governo, il problema principale è legato soprattutto ai tempi. Non basta affrontare i costi: servirebbero anche procedure organizzative e tempistiche adeguate che non riescono a garantire per assicurare il voto dei fuorisede.

La situazione appare invece meno complessa per chi vive all’estero, che può votare per corrispondenza secondo quanto previsto dalla legge del 27 dicembre 2001, n. 459, creando inevitabilmente differenze.

Per molti fuorisede votare non è una possibilità reale ma una scelta: rinunciare all’esercizio di un diritto oppure sostenere spese elevate per spostarsi da una regione all’altra, perdendo giorni di studio o di lavoro. Una scelta che chi vive in un Paese in cui votare è un diritto non dovrebbe compiere e che, anzi, lo trasforma in un privilegio riservato solo a chi può permetterselo.

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