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«Rage bait» parola del 2025 per l’Oxford English Dictionary: la rabbia come specchio della società digitale

L’Oxford English Dictionary ha eletto “Rage bait” come parola di questo 2025, simbolo dell’indignazione che governa i nostri comportamenti online e offline.

I linguisti hanno individuato tre parole per descrivere le preoccupazioni e le conversazioni che hanno caratterizzato questo 2025: rage bait, aura framing e biohack. In seguito a numerosi sondaggi è stata confermata la prima come parola dell’anno.

Per «rage bait», che tradotto significa «esca della rabbia», si intendono “i contenuti online deliberatamente progettati per suscitare rabbia o indignazione essendo frustranti, provocatori o offensivi, in genere pubblicati al fine di aumentare il traffico o il coinvolgimento con una particolare pagina web o contenuti di social media”. Parola che non nasce adesso, ma nel 2002, quando in un post su Usenet, rete mondiale nata negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’80, venne utilizzata per la prima volta per fare riferimento alla sensazione di “agitazione deliberata” che si innesca in un automobilista nel momento in cui viene abbagliato da un altro automobilista. È stata poi tradotta in uno slang di internet per indicare i contenuti online in grado di suscitare rabbia e agitazione nelle persone che li vedono.

Potremmo definirla come l’antenata della parola «click bait», utilizzata per indicare i titoli “acchiappaclick” che suscitano sentimenti di rabbia e frustrazione. Lo sviluppo di meccanismi come questi si deve agli algoritmi digitali che nel corso degli anni hanno iniziato a premiare sempre più i contenuti che destano sentimenti negativi nelle persone. Non è di certo un mistero che l’indignazione è da sempre l’emozione più contagiosa che ci spinge all’azione: è tramite essa che, fin da bambini, siamo abituati a proteggerci dai pericoli e stare attenti a quello che ci circonda. Ciò che ci provoca rabbia è spesso qualcosa che riteniamo ingiusto o a cui dobbiamo stare attenti. Le piattaforme digitali oggi sfruttano meccanismi in grado di causare rabbia e indignazione basandosi su questo terreno fertile per produrre condivisioni, commenti e engagement.

Vi sarà sicuramente capitato di imbattervi in profili di influencer che mangiano rumorosamente per suscitare fastidio, che preparano sketch costruiti apposta per innervosire, o addirittura podcast e contenuti provocatori a sfondo sociale e politico creati con l’intento di aumentare le condivisioni.

Questa parola è lo specchio della società digitale in cui siamo immersi oggi: una società che preferisce esporsi con contenuti falsi e di indignazione pur di raggiungere degli insignificanti numeri, che fa leva sulla frustrazione delle persone comuni per creare disordini sociali, ma che soprattutto sta modificando il “mercato dell’attenzione”.

Quest’ultimo è oggetto di studio già da diversi anni e ha a che fare con quelli che sono stati definiti “algoritmi di raccomandazione”, progettati per massimizzare il tempo di permanenza sfruttando vulnerabilità psicologiche. Nell’era digitale il mercato dell’attenzione è il motore nascosto che decide cosa vediamo, cosa crediamo e come reagiamo online e offline.

Cosa manca a questa analisi? Sicuramente l’Intelligenza Artificiale. Tra gli esempi, infatti, non bisogna dimenticare che nell’ultimo anno sono arrivati a farci arrabbiare anche i contenuti più insoliti e strani generati con l’IA. Cosa può essere questo se non un ulteriore tentativo di generare qualcosa che abbia come solo obiettivo l’engagement, anche a costo di non proporre nulla che abbia un reale contenuto?

Insomma, il contesto in cui ci troviamo ci impone giorno dopo giorno di sviluppare una visione critica di tutto ciò che nasce e si sviluppa sul web, dal momento che non riguarda più solo la nostra vita online, ma influenza sempre di più anche quella offline.

 

 

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