Ti è mai capitato, passeggiando per un museo, mentre osservi le opere, di sentir dire o di pensare tu stesso la frase “ma questo potevo farlo anch’io…” ?
Se la risposta è sì, sappi che è un’affermazione sbagliata; o quantomeno sintomo di un’analisi disattenta di ciò che si ha davanti.
Quando nel 1913 Marcel Duchamp crea la ruota di bicicletta, il suo intento è proprio quello di sottolineare che è in realtà il processo mentale che rende un’opera d’arte tale, e non la tecnica che, infatti, essendo inutile, viene completamente eliminata. Con la creazione del primo “ready made” nel panorama storico artistico, si è venuta a creare una cesura: da questo momento in poi l’aspetto fondamentale dell’opera d’arte è il genio, l’idea dell’artista, e come questo lo rielabora per darla in pasto alla società. Secondo questa logica è impossibile che un’opera d’arte possa essere “fatta” da qualcun altro che non sia il suo creatore originale, perché quell’opera è frutto di un pensiero unico, contaminato dal vissuto specifico dell’artista.
Questa riflessione però apre la strada a numerosissimi altri quesiti, primo tra tutti: cosa rende un oggetto opera d’arte?
È erroneamente diffusa tra il grande pubblico la credenza che l’arte sia puramente ornamentale. Di per sé questo pensiero non è sbagliato, ci sono stati dei momenti storici in cui era la bellezza ideale e idealizzata a rendere l’oggetto arte, ma ad oggi non possiamo più pretendere che sia sufficiente. Non possiamo spogliare l’oggetto arte di tutte le implicazioni filosofiche, spirituali, personali o politiche che lo abitano. L’arte è un organismo vivo e pertanto si evolve con il mondo che la circonda.
Kandinsky nella sua opera “Lo Spirituale nell’arte” sostiene che l’arte è, e non può non essere, figlia del suo tempo. L’arte contemporanea, secondo questo ragionamento, non è altro che lo specchio della società che noi tutti viviamo: una società così complessa e individualista non può che essere rappresentata da un panorama artistico estremamente complesso e diversificato.
L’arte contemporanea, soprattutto quella concettuale, non si limita a farsi osservare: ti chiede uno sforzo di riflessione molto più grande. Ti costringe a fermarti, a interrogarti sul significato di ciò che osservi. Ti obbliga a mettere in discussione non solo le tue conoscenze culturali, ma anche le percezioni emotive e il tuo pensiero critico.
A Roma abbiamo la fortuna di poter osservare da vicino numerosi artisti a cui applicare questo tipo di analisi. Un esempio emblematico è Alberto Burri, protagonista della scena artistica del secondo Novecento. Diverse sue opere – tra cui Grande Rosso, Cretto G1, Catrame e Grande Sacco – sono oggi esposte alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (GNAM), recentemente riallestita. A primo impatto risultano incomprensibili: plastica sciolta e collage dei materiali più disparati. Solo conoscendo la sua storia e avvicinandosi emotivamente ai suoi lavori, questi possono essere compresi. Il suo pensiero si sviluppa sotto l’influenza dell’astrattismo informale, lui assorbe l’idea che l’arte può essere anche materia e gesto, non solo immagine, ed è questo il presupposto da cui parte.
Quelli che all’apparenza potrebbero sembrare solo pezzi di stoffa logori cuciti tra di loro, raccontano in realtà la sofferenza di un uomo impotente davanti al dolore. Prima di diventare artista, infatti, Burri era stato medico da campo durante la Seconda Guerra Mondiale; durante questo periodo fu fatto prigioniero dagli americani e proprio durante la sua prigionia in Texas iniziò la sua produzione artistica. Nel corso di tutta la sua carriera cercò di trovare un nuovo linguaggio, in grado di comunicare col mondo intorno a lui e capace di esorcizzare il dolore che lo aveva profondamente segnato e che lo continuava a perseguitare. Solo sapendo questo il rosso delle sue opere non sarà più solo un colore, quei sacchi cuciti insieme potranno diventare metafora della pelle ferita dei soldati, e quella plastica sciolta prenderà la forma di un foro di proiettile.
Le opere di Burri dimostrano che non ci si può fermare alla superficie per cogliere la forza dell’arte contemporanea, che sì, è complessa; ma forse, invece di limitarci a giudicarla, dovremmo andare alla radice della questione e chiederci: non capisco l’arte concettuale o non ho gli strumenti per leggere la società che mi circonda?
