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Pietro Orlandi racconta la sorella Emanuela al CORIS: il monito 42 anni dopo

Pietro Orlandi, affianco il volantino originale che denunciava la scomparsa di Emanuela Orlandi

Nella mattinata di ieri, mercoledì 26 novembre, il Centro Congressi della sede di via Salaria è stata il teatro di un incontro tra gli studenti del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale (CORIS) e Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela.

L’iniziativa è stata voluta, organizzata e gestita interamente dalla comunità tutta del Dipartimento, dagli studenti ai docenti passando per gli operatori ecologici, anche per rivendicare l’utilizzo della sala per le conferenze, che solitamente non è liberamente fruibile per gli studenti, ma esclusivamente per chi la affitta di volta in volta – come spiega in apertura dell’evento Angelica, studentessa del Corso di Laurea magistrale in Sociologia per la sostenibilità e analisi del processi globali (SoSAG) nonché moderatrice dei dialogo con Orlandi.

Le studentesse e gli studenti del Dipartimento hanno a cuore cause come anche quella a favore della Palestina, tanto da aver dato il via ad un movimento chiamato “Salaria per la Palestina”, il quale è volta a ridare una forma di centralità alla comunità di via Salaria. L’interesse degli studi di questi studenti è rivolto alla società e al modo di vivere la Capitale, una città tutta da scoprire, nelle sue meraviglie, ma anche nelle sue ombre, come quella del caso Orlandi. In questo senso hanno avuto profondo valore le parole di Pietro Orlandi.

Il caso Orlandi e le parole di Pietro

Emanuela Orlandi è un nome che purtroppo conosciamo tutti, anche se molti di noi sono nati quando quel 22 giugno 1983 in cui la 15enne cittadina vaticana scomparsa nel nulla era un fatto già lontano nel tempo. Il caso Orlandi – fascicolo aperto in tre sedi diverse tra Procura di Roma, Vaticano e Commissioni parlamentari – ormai lo conosciamo in tutte le sue dubbie sfaccettature, è parte del nostro bagaglio di italiani, è il nostro fardello.

Dal momento della scomparsa sono passati 43 anni, ma l’impegno del fratello di Emanuela non si è mai esaurito, la sua voce continua a risuonare su tutti i canali a sua disposizione. Pietro Orlandi, instancabile più di chiunque altro, continua a parlare ai media, alle comunità studentesche, alle istituzioni senza permettere mai che si archivi neanche nella memoria l’indagine sulla scomparsa di sua sorella.

Pietro ha parlato a cuore aperto, con umiltà e sincerità toccanti, come se stesse parlando in intimità con degli amici, sempre pronto a rispondere alle domande che davanti al racconto della storia di Emanuela sono fioccate spontaneamente, senza che ci fosse alcun distacco tra gli studenti e l’ospite. Il fratello ha dichiarato di non sperare che si giunga alla verità, ma di averne la certezza. Sono state ripercorse le ultime tracce lasciate da Emanuela – la conversazione con il misterioso uomo che la fermò davanti al Senato e la telefonata a casa  – e i primi momenti concitati dopo la scomparsa – il disperato giro in moto di Pietro per le vie della città e la confusione tra il giorno e la notte, perennemente svegli nell’attesa e nel silenzio. Ma soprattutto sono stati toccati aspetti, che spesso nel turbinio mediatico attorno al caso passano indebitamente in secondo piano: l’importanza del supporto dato a Pietro dalla sua famiglia, il suo “branco” – così lo chiama – di sei figli, che vedono “zia Emanuela” come gli altri membri; il rapporto con il tempo, ora confuso, senza distinzione fra passato e presente e senza cognizione di quanto tempo sia effettivamente passato da quel giorno; il rapporto incrinato con la fede e con l’istituzione della Chiesa.

Orlandi ha descritto anche la sua infanzia e quella della sorella: giorni estremamente sereni, vissuti come in un vero paradiso terrestre, nella convinzione che il male lì non potesse mai giungere. In fondo, il Vaticano, che per chiunque è uno spazio quasi ineffabile, uno Stato atipico, per chi lo vive come la famiglia Orlandi è poco più di un paesino, dove il vicino di casa capita che sia il Segretario personale del Pontefice. “Quel giorno [il giorno della scomparsa, ndr.] mi è sembrato di aprire gli occhi per la prima volta” dice Pietro, aggiungendo di sapere di per certo che c’è, là fuori, chi sa la verità, e di essere cosciente della tanta ipocrisia che vi ruota attorno.

Ovviamente il dialogo, durato dalle 9:00 alle 12:00, si è incentrato anche sulle varie piste, aperte e tutte pressoché inconcludenti, ma queste sono solo la punta di un iceberg, che cela un intreccio di dinamiche che vanno ben oltre la scomparsa di una ragazza e che sono già pane quotidiano per i media. La testimonianza umana di Pietro è stata la vera ricchezza dell’incontro.

Il monito agli studenti

Pietro Orlandi non ha paura, non ne ha mai avuta, né di impegnarsi in prima persona, accettando rischi e conseguenze, né di puntare il dito, accettando critiche e insulti. Il suo operato dovrebbe essere un esempio di dignità, coerenza, coraggio e determinazione. Spesso egli si rende disponibile a parlare in occasione come quella di ieri nel Centro Congressi dell’Ateneo perché crede nella differenza e nel cambiamento che possono scaturire dal sacrificio – qualunque cosa sia successa, di un sacrificio si tratta – di Emanuela. La giustizia non deve essere percepita come un’utopia e per far sì che questa si realizzi l’invito di Orlandi è a seguire i suoi passi come fossero la normalità, senza accettare passivamente quello che di negativo ci accade.

 

Intervista a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela Orlandi.

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