Non si può neanche immaginare – di farne a meno – perché il giornalismo produce un bene essenziale come è ad esempio l’acqua. Come possiamo preservarlo? Per capirlo, proviamo ad analizzare lo stato attuale del giornalismo.
Come sta il giornalismo?
Siamo in un periodo in cui il giornalismo sta vivendo una profonda ambivalenza. Da una parte il mercato si contrae: i ricavi degli editori tradizionali diminuiscono, perché la pubblicità si è spostata dalle testate giornalistiche alle grandi piattaforme digitali, e diminuiscono anche i posti di lavoro nel settore, a causa della scarsa disponibilità di fondi e investimenti per sostenere redazioni strutturate, giornalismo di inchiesta o corrispondenze all’estero. Dall’altra parte, invece, aumenta il consumo di informazione da parte dei cittadini, anche grazie alla moltiplicazione dei soggetti -gli attori- che la producono, in modo professionale o meno. Inoltre, le notizie sono oggi fruite gratuitamente o semi-gratuitamente, immerse in un “mondo-flusso” in cui l’acquisto e il consumo di informazione sono diventati quasi sempre intenzionali; in altre parole, non è l’informazione a trovarci, ma siamo noi a sceglierla (o evitarla) secondo preferenze e abitudini molto specifiche, in un ambiente digitale fortemente personalizzato attraverso i social media, i feed e le notifiche. In questo modo, l’informazione rischia di diventare esclusivamente selettiva e confermativa, più che un’esposizione a una pluralità di prospettive. Questa preoccupazione, sorta già con la rivoluzione digitale, è stata accentuata, oltre che dalle difficoltà economiche, anche dall’arrivo dell’intelligenza artificiale.
Il nuovo ecosistema informativo
Negli ultimi trent’anni si è assistito all’indebolirsi e al frantumarsi della professione giornalistica: la trasformazione dell’ecosistema digitale ha modificato i tre momenti fondamentali del newsmaking – produzione, distribuzione e fruizione delle notizie. Oltre alla gratuità dell’informazione, menzionata in precedenza, che modifica le modalità di fruizione, si aggiunge il fatto che i tradizionali distributori dell’informazione, editori e giornali, hanno perso centralità a vantaggio delle piattaforme, le cosiddette gatekeeper. Nell’attuale ecosistema dell’informazione il potere è in mano proprio a chi possiede le piattaforme, che operano in un ambiente di mercato; per questo motivo è necessario che le stesse regole che valgono per chi offre un servizio pubblico valgano anche per chi detiene il controllo dei flussi informativi. Le istituzioni dovrebbero svolgere un ruolo attivo, garantendo attraverso strumenti legislativi ed economici il pluralismo e la sostenibilità del sistema informativo. Purtroppo, nonostante “l’emergenza informativa” stia dilagando, i dati parlano chiaro (e male): l’Italia è tra i Paesi che destinano meno fondi all’informazione, segno di un disinteresse preoccupante verso un bene centrale per la democrazia.
La disinformazione e la responsabilità collettiva
L’abbondanza di contenuti pone un problema: siamo esposti a una marea di notizie, molte delle quali alterate, parziali o manipolatorie; la conseguenza è una disinformazione diffusa, che indebolisce la nostra capacità critica e la partecipazione democratica. Servirebbe, dunque, cambiare il modello: non solo rappresentare la realtà, ma selezionarla con cura, instaurando un nuovo rapporto con i cittadini e i lettori e costruendo “isole di verità” nel discorso pubblico. Inoltre, tutti noi abbiamo responsabilità nei confronti dell’informazione: non solo i giornalisti e le istituzioni, ma anche i cittadini, attraverso strumenti come l’educazione all’informazione. Dovremmo tenere bene a mente che non tutto ciò che leggiamo sono notizie, perché quelle vere sono frutto di un preciso processo produttivo, che ha un costo economico e professionale.
Una seconda differenza importante che dovremmo infatti ricordare: “fare giornalismo” e “essere giornalisti” non sono la stessa cosa. La costruzione professionale del giornalismo, con i suoi errori e miglioramenti, è infatti improvvisazione, perché richiede esperienza e decenni di pratica. Un’esperienza fondata anche sul rispetto rigoroso del codice deontologico, che sarà aggiornato con un nuovo testo in vigore da giugno. Questo impegno sembra essere ripagato: da un punto di vista economico, si registra come segnale positivo- forse l’unico al momento- un aumento delle retribuzioni, che lascia pensare a una possibile stabilizzazione futura.
Il giornalismo ha un futuro
In occasione della presentazione del libro Il giornalismo ha un futuro di Carlo Sorrentino, si è aperta una riflessione profonda sullo stato attuale dell’informazione e sulle prospettive della professione giornalistica. Tutti i relatori presenti insieme all’autore – Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Christian Ruggiero, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Sapienza e Giorgio Zanchini, giornalista e conduttore RAI- erano concordi su un punto: il giornalismo ha un futuro, ma solo se sapremo riconoscerne il valore, sostenerlo concretamente e adattarlo alle sfide del presente.
Vorrei concludere tornando alla metafora iniziale, utilizzata nel corso dell’incontro: l’informazione, come l’acqua, è un bene primario, ed è essenziale per la vita democratica e civile. Ma proprio come l’acqua, è talmente presente da sembrare scontata. E ciò che diamo per scontato finiamo spesso per banalizzarlo, dimenticando il valore e la complessità che ci sono dietro. Occorre ripensare i modelli economici dell’informazione, promuovere un’educazione critica al consumo dei contenuti e chiedere alle istituzioni di fare la loro parte con politiche che tutelino il pluralismo e la qualità.
Articolo a cura di Martina Colantoni.
In allegato, una breve intervista a Carlo Sorrentino e a Carlo Bartoli.

