Prima ancora di conoscere le passioni, gli interessi o i gusti musicali di una persona, oggi chiediamo che cosa fa nella vita, di cosa si occupa, insomma: che lavoro svolga. La professione continua a definire identità, status e valore sociale. Costruiamo nella nostra mente prototipi e aspettative quando sentiamo risposte come: avvocato/a, ingegnere/a, maestra/o o altro.
Il lavoro è una parte principale della nostra vita, sempre di più occupa uno spazio centrale nella nostra routine, spesso invadendo anche il tempo privato: la chiamata last minute dal nostro capo, scadenze rigide, progetti urgenti. Per molti, non resta quasi più spazio per hobby e passioni. A questo si aggiunge, in molti ambiti, un livello altissimo di competizione: nel mondo professionale come in quello universitario.
Una competizione che, da stimolo, rischia di trasformarsi in ossessione: essere primi, restare tra i migliori, sacrificare tutto pur di raggiungere un obiettivo. Il risultato diventa più importante del percorso, dell’apprendimento, persino della propria serenità.
Il lavoro nobilita l’uomo, garantisce dignità, indipendenza e sicurezza. Ma ciò non dovrebbe tradursi nella perdita totale di sé, né nella riduzione della vita a semplice estensione dell’attività lavorativa.
È proprio su questa tensione che si concentra il film No Other Choice, uscito da poco nelle sale cinematografiche italiane, raccontando il crollo di un individuo, dopo la perdita del lavoro, attraverso toni grotteschi e tragicomici.
La domanda che il film pone implicitamente agli spettatori è semplice: cosa si fa quando si viene licenziati all’improvviso dopo aver costruito un’intera carriera dentro un’azienda? È il dilemma di Yoo Man-soo, protagonista del film.
La sua vita è tutta da invidiare: una bellissima casa, una moglie amorevole, due figli e due cani, benessere economico e piena appartenenza alla buona borghesia. Tutto questo, però, svanisce da un giorno all’altro.
Il protagonista, dopo numerosi colloqui fallimentari e diverse umiliazioni, giunge ad una conclusione estrema: fare di tutto pur di restare nel mercato del lavoro, persino uccidere.
Il film diventa così il ritratto di un mercato dominato dalla logica della sopravvivenza, dove la competizione annulla la dimensione umana.
Il sistema è quello capitalista della cosiddetta meritocrazia: prima licenzia, e poi ti convince, in un certo senso, che sia colpa tua, una tua responsabilità. Ti rifila “supporto motivazionale” e corsi per insegnarti che sei comunque “Un brav’uomo, la tua famiglia continuerà ad amarti anche se sei disoccupato, troverai un nuovo lavoro“. Tuttavia, quando l’unica regola è battere la concorrenza, la logica finisce per prevalere sulla morale, deformandola. L’animo del protagonista subisce una metamorfosi profonda durante il film: dalla disperazione e umiliazione iniziali, dove tenta di fare il possibile, passa ad un atteggiamento cinico, disilluso, spietato, convinto che quella sia davvero l’unica strada possibile.
Il regista sudcoreano Park Chan – Wook si serve di questa vicenda individuale per interrogare un sistema sociale più ampio.
Non dipinge solo un dramma personale, ma fotografa una realtà sempre più contemporanea: cosa resta dell’individuo quando perde il lavoro, che condiziona l’intera esistenza umana? Cosa rimane se, insieme al lavoro, svaniscono sicurezza, status, possibilità di consumo?
Che valore ha una persona, in una società dei consumi, quando non può più consumare?
Così No Other Choice – non c’è altra scelta, è il ritratto di un mondo lavorativo sempre più crudele e mostruoso, un mondo al buio dove le macchine prendono il posto degli uomini e questi ultimi sono costretti a rivalutare la loro morale.
