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“My Father’s Diary”: la guerra nei Balcani raccontata attraverso un difficile rapporto padre-figlio

Il 4 marzo, presso la sede del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma, è stato proiettato il documentario My Father’s Diary, candidato ai David di Donatello 2026. All’incontro ha partecipato anche il regista Ado Hasanović, che ha raccontato la propria storia attraverso un’esposizione intima e toccante, dialogando con gli studenti dopo la visione del film.

My Father’s Diary è un docu-film che offre una duplice narrazione: da un lato la storia di Bekir Hasanović, operatore e regista amatoriale durante gli anni della guerra in Bosnia ed Erzegovina, nonché padre del regista; dall’altro il racconto della guerra attraverso i diari scritti da Bekir, uno dei pochi uomini sopravvissuti alla cosiddetta Marcia della Morte, un percorso di circa 100 chilometri affrontato da oltre quindicimila bosniaci musulmani che cercavano di fuggire dalle forze serbo-bosniache.

Nell’agosto del 1993, durante l’assedio di Srebrenica, Bekir Hasanović scambia una moneta d’oro per una videocamera. Con quell’oggetto fragile e prezioso inizia a filmare la vita quotidiana della popolazione bosniaca intrappolata nella città, alternando momenti di normalità forzata a testimonianze dirette della violenza del conflitto.

Decenni dopo, suo figlio Ado Hasanović, oggi regista, torna su quelle immagini e sui diari del padre. Attraverso questo materiale intimo e spesso doloroso cerca di ricostruire non solo la storia familiare, ma anche il percorso che ha permesso a Bekir di sopravvivere alla Marcia della Morte del luglio 1995.

«Mio padre mi ha insegnato fin da piccolo a usare la macchina da presa. Durante la guerra filmava continuamente quello che accadeva. Io sono cresciuto vedendo queste riprese» ha raccontato Ado Hasanović, spiegando come si sia trasformato il rapporto con il padre durante la realizzazione del film. «Per me è stato molto importante raccontare questa storia e capire come fosse riuscito a organizzare una squadra che filmava la vita quotidiana durante la guerra. Avevano persino dato al loro gruppo un nome curioso, John, Penn and Boys, che sembrava quello di una band americana più che di un gruppo bosniaco».

Il film non è nato con l’intenzione di elaborare il dolore causato dalla guerra. Solo durante il processo di lavorazione il regista ha compreso quanto peso suo padre avesse portato per tutti quegli anni. Nemmeno il 10% delle persone filmate nei video è sopravvissuto al conflitto ed è proprio grazie a queste testimonianze, scritte e filmate, che il ricordo può essere mantenuto vivo.

Imparare da queste storie, invece di cancellarle, diventa quindi fondamentale. Attraverso la comunicazione è possibile avviare un percorso di comprensione e di elaborazione del trauma, lo stesso che il regista dichiara di aver affrontato grazie alla realizzazione del film. «Crescendo in Bosnia dopo la guerra non era normale andare da uno psicologo: se lo avessi fatto, mi avrebbero preso per matto. […] Oggi non ho più incubi legati alla guerra e riesco a dormire senza la luce accesa.» ha infatti dichiarato Ado Hasanović. Le immagini diventano così un atto di resistenza e un archivio emotivo: un racconto dall’interno, lontano dalla retorica e vicino alle persone.

Proprio in questo contesto si inserisce la proiezione del film presso l’Università La Sapienza, dove il confronto con gli studenti può offrire un contributo importante per comprendere meglio la storia dei Balcani e le sue conseguenze nel presente.

Alla proiezione era presente anche Mario Bova, fondatore dell’Euro Balkan Film Festival di Roma, che ha aperto l’incontro sottolineando il valore civile del film in un’epoca «in cui la guerra è ancora tristemente presente in molte parti del pianeta». Secondo Bova, l’opera rappresenta «un monito contro le devastazioni morali e fisiche provocate dai conflitti e, allo stesso tempo, una sollecitazione all’affermazione irrinunciabile dei valori della pace».

Il film racconta uno dei momenti più drammatici della storia europea recente: il genocidio avvenuto nei Balcani negli anni Novanta. Un evento che, pur essendo avvenuto in quella regione, riguarda l’intera Europa. L’opera è il risultato di una coproduzione tra diverse cinematografie – italiana, francese e di altri paesi – e rappresenta un esempio di collaborazione culturale tra realtà diverse.

Durante l’incontro Ado Hasanović ha raccontato di aver scoperto molti aspetti della propria storia familiare proprio attraverso i diari e i filmati del padre. «Ho realizzato che siamo stati profughi per dieci anni», ha spiegato. «Dopo la fine della guerra nel 1995 siamo rimasti senza casa, senza molte persone della nostra famiglia e senza una vera identità». Un percorso che il regista definisce «lungo e doloroso, ma anche emotivamente necessario per dare un senso ai materiali VHS che mio padre ha girato e ai diari che ha scritto durante la guerra».

Realizzare il film è stato estremamente difficile, non tanto dal punto di vista economico quanto da quello emotivo e personale. Per il regista non è stato soltanto un progetto cinematografico, ma anche una forma di terapia. Tutto è iniziato nel 2011, quando Hasanović studiava alla Sarajevo Film Academy. Un giorno tornò a casa e sua madre gli consegnò sei quaderni scritti da suo padre durante la guerra, che Bekir avrebbe voluto bruciare. In quel momento Ado capì l’importanza di quelle testimonianze, che – seppur dolorose – rappresentavano uno spaccato fondamentale per mantenere viva la memoria collettiva della guerra in Bosnia ed Erzegovina.

Il film mette insieme tre elementi: i diari scritti da Bekir Hasanović, le riprese realizzate durante la guerra e le immagini girate da Ado Hasanović negli anni successivi.

Una delle prime sequenze mostra il momento della morte di Piro, fratello di Bekir, avvenuta il 7 luglio 1992. Da quel momento il padre del regista iniziò a scrivere i suoi diari, continuando fino al viaggio attraverso la Marcia della Morte. Le immagini iniziali sono molto crude e mostrano i corpi delle persone morte durante il conflitto. Il film prosegue alternando le riprese del padre e quelle del figlio: due tempi diversi che si incontrano attraverso la voce narrante del regista. Ado legge i diari e racconta il rapporto con il padre dopo la guerra. Ciò che emerge è la difficoltà, per entrambi, di parlare di quel periodo anche molti anni dopo la fine del conflitto.

Nel film compare anche una scena in cui il regista si interroga sulle ragioni della caduta di Srebrenica, che non nasce con l’intenzione di formulare una denuncia politica esplicita nei confronti della comunità internazionale, dichiara lo stesso Ado Hasanović, ma piuttosto dal desiderio di restituire il punto di vista e le emozioni di chi ha vissuto direttamente quegli eventi e che, come suo padre, avevano visto la città cadere sotto agli occhi delle istituzioni internazionali, nonostante fosse stata dichiarata zona protetta e disarmata sotto tutela dell’ONU.

Il genocidio di Srebrenica è stato riconosciuto ufficialmente dal tribunale internazionale solo nel 2007, dodici anni dopo i fatti. Per questo motivo il film nasce prima di tutto come testimonianza, con l’obiettivo di contribuire e mantenere viva la memoria di quanto accaduto.

Alcune frasi dei diari descrivono pienamente il senso di frustrazione e abbandono vissuto durante la guerra: «Ero così preso dalla guerra che non mi sono accorto che era il mio compleanno. Ho sprecato un anno di guerra e sono rimasto vivo», scrive Bekir in una delle pagine.

Toccanti sono anche le parole di uno dei suoi compagni: «Almeno mi guarderanno gli altri se io non potrò rivedermi. È bello che i video rimangano per gli altri. Magari noi non sopravvivremo».

Non era scontato possedere una videocamera durante gli anni della guerra. Le condizioni di vita erano spesso di pura sopravvivenza, senza cibo né elettricità. In una delle riprese Bekir racconta che, per ricaricare la videocamera, avevano costruito una dinamo nel mulino: era l’unico modo per ottenere elettricità. Raccontano anche di aver comprato una tazza del WC per 25 chilogrammi di farina, altrimenti non avrebbero avuto neanche la dignità di un bagno.

In quel contesto la macchina da presa diventava una delle poche vie di fuga simboliche dal tormento della guerra e dalle condizioni di vita in cui si trovavano. Attraverso le immagini rimaneva la speranza che il ricordo delle persone e delle loro vite potesse sopravvivere anche quando loro non ci sarebbero più state.

Alla luce della sua esperienza personale, il regista ha spiegato come il ricordo della guerra conviva oggi con la necessità di costruire un futuro diverso. In un periodo storico in cui nel mondo ci sono ancora tante guerre, e persino altri genocidi, parlare di più del passato e di situazioni come quella raccontata dal regista è fondamentale.

Da questa idea è nato il Silver Frame Film Festival, fondato dal regista insieme ad altri giovani bosniaci e serbi con l’obiettivo di utilizzare il cinema come spazio di incontro e di condivisione. Attraverso i film e il confronto tra culture diverse, l’iniziativa cerca di trasformare la memoria della guerra in uno strumento di consapevolezza e riconciliazione. Ricordare ciò che è accaduto a Srebrenica resta fondamentale, soprattutto perché molte persone risultano ancora scomparse. Allo stesso tempo, per le nuove generazioni diventa necessario continuare a costruire ponti e immaginare un futuro che non sia più segnato dalla guerra.

      intervista Ado Hasanovic e l'ambasciatore Bova (online-audio-converter.com)

Intervista a cura di Noemi Pegorin e articolo a cura di Francesca Mileo.

 

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