25 novembre 2025, nel bagno maschile del Liceo Classico “Giulio Cesare” di Roma, situato nel rinomato quartiere Trieste, è comparsa una scritta inquietante: “Lista degli Stupri”, seguita da un elenco di nomi di studentesse. A scoprirlo sono stati gli stessi alunni, che hanno subito denunciato il fatto, provocando un’ondata di indignazione all’interno dell’istituto e ben oltre le sue mura.
Un dettaglio importante è che la scritta è comparsa durante il periodo delle elezioni per le rappresentanze studentesche; ciò potrebbe indicare un gesto di intimidazione nei confronti di ragazze particolarmente attive nella vita scolastica.
La dirigente dell’istituto è stata convocata dalla Digos per ricostruire il contesto, mentre alcune famiglie hanno già sporto denuncia.
Anche il Ministro dell’Istruzione ha parlato di «fatto gravissimo» , annunciando verifiche e possibili sanzioni, ed è qui che emerge una contraddizione profonda: da un lato questa dichiarazione, dall’altro lo stesso ministero ha promosso negli ultimi anni una normativa che limita fortemente quando e come temi come educazione affettiva, sessuale e prevenzione alla violenza di genere possano essere affrontati nelle scuole. Non si tratta di un “no esplicito” a questi percorsi, ma di una loro progressiva condizionalità: secondo le linee ministeriali l’introduzione di attività di educazione sessuale e relazionale è vincolata al consenso preventivo dei genitori, e in alcune fasce scolastiche, come infanzia e primaria, semplicemente esclusa.
Nel frattempo che le istituzioni discutono, questo episodio ci restituisce una realtà amara: la violenza di genere non è un problema distante, non appartiene solo al mondo adulto, non si manifesta solo nei casi estremi che riempiono le cronache. Nasce e sta crescendo anche a scuola, tra i banchi, nei corridoi o come abbiamo potuto vedere nei bagni di un liceo.
E se un atto del genere avviene in uno dei licei più prestigiosi della capitale, dobbiamo chiederci cosa accade altrove, nelle scuole meno raccontate, nei territori meno osservati. Una cultura che banalizza lo stupro, che riduce il corpo femminile a bersaglio, non ha età o classe sociale
Raccontare questo episodio significa riconoscere un’urgenza. Serve un cambio di rotta, ORA. Serve educazione, ascolto, consapevolezza. Serve un impegno reale, non simbolico, per costruire una scuola e una società in cui episodi come questo non siano più possibili.
