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Linkare è facile, parlarsi no: il nuovo linguaggio dell’era social

Fino a un paio di decenni fa, se avessi detto a qualcuno di voler “shippare” due amici, probabilmente avresti ricevuto uno sguardo confuso o forse ti avrebbero chiesto quale ditta di spedizioni intendessi usare: oggi quel termine definisce il desiderio che due persone inizino una relazione amorosa, ed è solo la punta dell’iceberg di una rivoluzione linguistica senza precedenti. Facebook, Instagram e X (ex Twitter) non solo hanno cambiato il luogo in cui comunichiamo, ma hanno riscritto il DNA di come lo facciamo.

Il nostro lessico quotidiano è ormai colonizzato da espressioni nate dietro uno schermo: abbiamo iniziato a “linkare” contenuti invece di condividerli, a “ghostare” persone invece di “chiudere” un rapporto con un confronto, se qualcosa ci infastidisce profondamente diciamo che ci ha “triggerato” usando un termine clinico per descrivere una relazione emotiva immediata.

Questa “grammatica del clic” ha il pregio della sintesi: è rapida, iconica, universale; ma tutta questa efficienza rischia di trasformare concetti complessi in etichette semplificate e non costanti, l’iper-connessione, comunicare nella vita reale sembra essere diventato più difficile. La comunicazione digitale è, per natura, asincrona e filtrata perché dietro lo schermo abbiamo il lusso del tempo per editare un messaggio, scegliere l’emoji perfetta per mascherare un malumore.

Questa “comfort zone” digitale ci ha resi pigri: nella vita vera, non esiste il tasto “cancella” o “modifica”, non si può ricaricare la pagina se una conversazione prende una piega inaspettata e non ci sono filtri per nascondere l’imbarazzo di un silenzio o il tremolio della voce o quella sensazione di “cringe” che si prova quando non si sa cosa dire. Di fronte ad una persona in carne ed ossa, bisogna gestire tutti gli elementi che i social hanno progressivamente atrofizzato come il linguaggio del corpo, la voce, mantenere il contatto visivo, finendo per diventare esperti nel gestire profili, ma contemporaneamente analfabeti emotivi nel quotidiano dove lo schermo diventa una “coperta di Linus” digitale per fuggire dalla realtà.

In un mondo in cui possiamo linkare, taggare e scriverci ad ogni ora, la vera rivoluzione diventa rallentare, mettere giù il telefono e scrollare per un attimo per imparare a riscoprire la bellezza dell’imprevisto, dell’autenticità, dell’assenza di filtri.

 

 

 

 

 

 

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