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Le parole come strumento per imporsi nel mondo

La vita di ogni essere umano si riassume in una scelta: scegliere un lavoro, scegliere l’università, scegliere cosa mangiare a pranzo, come vestirsi, cosa dire. Alla base di ogni scelta quotidiana tuttavia vi è una scelta linguistica: come posso dire una determinata cosa affinché sia chiaro cosa intendo? Che parole scelgo?

La scelta linguistica è una delle poche cose che accomunano la totalità degli esseri umani. Ogni giorno in cui si interagisce con l’altro bisogna fare un lavoro di selezione per trovare “la parola giusta”.

L’importanza del linguaggio è un’arte che si è riscoperta nel corso del XX secolo, con la cosiddetta “Svolta linguistica”. Per molto tempo, specialmente in ambito filosofico, si è infatti data più importanza all’idea dietro al concetto, al pensiero che muove ed esplicita l’interazione. Eppure, se tale idea non si concretizza con parole esistenti, può considerarsi reale?

In quanto esseri sociali è intrinseca alla nostra natura la necessità di essere visti e compresi dall’altro. Per questo motivo è sempre stato al centro della relazione sociale il dialogo, in tutte le sue forme esistenti. Attribuiamo ad una determinata parola il medesimo significato e, grazie a questo lavoro automatico, riusciamo a tradurre in parole un’idea, un pensiero.

Nel corso della storia ci sono state parole che hanno modificato il loro originario significato, generalmente perché associate ad eventi storici nuovi. Si pensi per esempio al termine “Rivoluzione”, che originariamente si riferiva alla rotazione degli astri, e dal 1789, grazie alla Rivoluzione Francese, ha assunto un significato completamente differente descrivendo un “Mutamento radicale di un ordine statuale e sociale”.

La Rivoluzione francese, sotto questa nuova ottica, non è stata solo una rottura politica, ma l’espressione di come il linguaggio cambi insieme alla società.

Avendo chiaro questo presupposto, risulta quasi automatica la riflessione su come le parole possano diventare uno strumento propedeutico ad ottenere un tornaconto personale. Se infatti il nostro pensiero è condizionato dai concetti esistenti e viceversa, creando un termine nuovo, si apre una modalità d’essere che prima non risultava possibile.

Concepire la parola “guerra” e la parola “pace”, sotto quest’ottica, assume una rilevanza più che fondamentale, visto che trasforma l’esperienza in un fenomeno identitario, simbolico e ideologico. Parallelamente, l’impegno militare non sarebbe così sentito se non ci fosse un termine che rappresenta un ideale per cui lottare e, eventualmente, morire.

Se dunque è vero che la realtà passa attraverso le parole, parlare e scegliere la “parola giusta” non è più un semplice esercizio di sintassi, ma diventa un modo concreto per imporre la propria presenza nel mondo.

Lavinia Ferraioli

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