È vero, nello sviluppo preme – forte e silenzioso – il rischio. Dunque, perché rischiare? E perché farlo proprio oggi?
Sono interrogativi dalle risposte ambivalenti; in Italia, finora, si è scelta una strada che in termini di sviluppo energetico ci lascia indietro, ancorati ad un’idea conservatrice di resa produttiva. “Mitigare i rischi” non significa schivarli, tantomeno fare un passo indietro ed ignorare il presente. Il fabbisogno energetico globale cresce costantemente, e di fronte a chi volta le spalle è necessario assumersi delle responsabilità: comunicare il problema, comunicarne le soluzioni e farlo in virtù di un sapere scientifico solido, credibile e comunicativamente spendibile.
Mercoledì 16 luglio dalle ore 15 si è tenuto l’evento “Green Economy ed Energia: Una strategia per la rinascita del nucleare in Italia”, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani (sede della Presidenza del Senato della Repubblica), in collaborazione con FareAmbiente ed Enel. Tema complesso e ampiamente dibattuto, il nucleare e la sua fattibilità sono da anni soggetti di una comunicazione frammentaria e spesso fuorviante. Le relazioni della Prof.ssa Mihaela Gavrila (Sapienza) e del Prof. Renato Mannheimer (sociologo e sondaggista) si sono mosse esattamente nella direzione opposta: individuare una strategia di comunicazione per il nucleare tenendo conto dell’evoluzione dell’opinione degli italiani sul tema.
L’obiettivo che dobbiamo porci? «Partecipare ad un nuovo storytelling del nucleare», ha affermato la Prof. Gavrila.
Comunicare il nucleare: oltre lo storytelling “fondamentalista”
Moderato dalla Dott.ssa Abate (giornalista professionista), l’evento si è aperto con l’introduzione di Vincenzo Pepe (Presidente Nazionale di FareAmbiente) e del Sen. Cantalamessa (Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato della Repubblica); qui si è tracciato il parallelismo tra transizione energetica e passaggio (culturale) dall’“ideologia” alla “responsabilità”, destinato ad essere un asse portante nei prossimi anni, in Europa e nel mondo. La Prof.ssa Gavrila rende ancora meglio il discorso: «l’energia è metafora dell’evoluzione sociale», e per agire, scoprirsi ed evolversi ha bisogno di “accettazione”.
Lo storytelling “fondamentalista”, di cui il titolo tende ad inasprirne la critica, altro non è che la narrazione sul nucleare che ha colonizzato l’Italia negli ultimi 50 anni, resa nei caratteri bellico-catastrofistici del termine “Hard Power”, una scomoda eredità del disastro nucleare di Chernobyl dell’86 – il tutto, poi, senza contare i referendum abrogativi del 1987 e del 2011, che hanno segnato una moratoria sul nucleare che perdura ancora oggi in Italia.
Dunque è vero: il nucleare ci fa paura. Che sia per la comunicazione politica che se ne fa o per l’alone di ignoto che lo avvolge, è indubbio. Lo confermano le analisi svolte dal Prof. Renato Mannheimer, che hanno messo in luce i diversi umori in cui l’opinione pubblica si declina. Dall’ampio campione di italiani intervistato sul tema, emerge un trend positivo: rispetto all’80% del “sì” al referendum dell’ ‘86, oggi il 52% (secondo le stime) si ritiene “molto-abbastanza favorevole” al nucleare.
I più favorevoli sono i giovani, i liberi professionisti, persone con alto livello di istruzione e uno status economico agiato. Sul piano politico, gli elettori del centrodestra sono tra i più favorevoli (73% FdI, 60% FI), e mentre nel centrosinistra l’opinione appare più frastagliata, il “Terzo polo” è quello più convinto (89%). Ma non basta un “mezzo successo”: « solo con una strategia comunicativa efficace si riuscirà ad ottenere una percentuale più elevata”, osserva il prof. Mannheimer.
Il nuovo storytelling, come indicato dalla prof.sssa Gavrila, deve passare da “Hard Power” a “Soft Power” (con il “nucleare di ultima generazione”), costruendo un immaginario in cui il nucleare sia fonte di benessere e strumento di contrasto alla crisi ambientale ed energetica (assieme alle altre fonti rinnovabili). Un Soft Power che diventi anche un “Social Power”: capace di diffondere nella società le potenzialità delle rinnovabili tramite strategie di comunicazione e marketing, aspirando alla trasparenza e ad un “engagement” fondato su riferimenti scientifici (anche tramite“testimonial”) e modelli internazionali (siano essi giapponesi, francesi, etc.) per “costruire storia”. La nostra, prossima, storia.
Una strategia nazionale: verso un futuro energetico
L’Italia ha da poco ufficializzato l’ingresso nell’Alleanza UE per il Nucleare. Ma non basta un atto formale: serve una strategia nazionale, un piano governativo per affrontare il “trilemma” indicato dal Dott. Carlo Massagli (Presidente Songin – il maggior presidio nazionale nell’ambito del nucleare): occorre coniugare sostenibilità climatica, sicurezza e sviluppo socioeconomico, riscoprendo la complementarietà tra il nucleare e le altre rinnovabili. Gli obiettivi sono chiari: l’Ing. Paolo Arrigoni (Presidente GSE) ha fatto leva sui traguardi energetici fissati al 2050, necessari per smarcarsi dalla dipendenza energetica dall’estero (attualmente 75%).
Sono seguiti gli interventi del Dott. Marco Ravazzolo (Confindustria) e di Giuseppe Rotunno (Civiltà dell’Amore), il saluto dell’On. Silvia Sardone (Coordinatrice del gruppo Lega della Commissione per l’Ambiente, la Sanità Pubblica e la Sicurezza alimentare del Parlamento Europeo) e le conclusioni dell’On. Alessandro Morelli (Sottosegretario alla Presidenza del C.d.M. con delega alla Programmazione e al Coordinamento della Politica Economica), che ha affermato: « Mi auguro che eventi come questo siano sempre più aperti, se ne parli sempre di più. Questo, e solo questo, permetterà alla politica di avere una maggiore forza».
Insomma, il nucleare è ora più che mai una strada, una direzione. E sì, alla fine della corsa, a vincere, è il Paese intero.
Articolo di Alessandro Romagnoli
