C’è un festival che non ha bisogno di luci stroboscopiche né di palchi monumentali per colpire il cuore. Si chiama Paesaggi Sonori e, dalle idee di Massimo Stringini e Flavia Massimo, trasforma le colline, le valli, i boschi in teatri naturali, dove la musica non si ascolta soltanto: si respira, si tocca, si vive. È un ritorno alla radice, dove il suono diventa vento tra i rami e vibrazione tra le rocce. Qui, lontano da cemento e traffico, le note trovano nuova linfa. Chi ascolta ritrova qualcosa che credeva perduto. Si cammina e si sente.
L’edizione di quest’anno regala un momento irripetibile: il concerto di La Niña al tramonto, a 1356 metri di altitudine, tra le radure di Forca di Castiglione.
Uno scenario sospeso tra natura, respiro e visione: la vista si apre sulla conca aquilana e sulla Valle del Salto, offrendo insieme rifugio e orizzonte. L’accesso avviene solo a piedi, con una camminata di circa 45 minuti da Forca di Castiglione, punto di parcheggio. È già un rito prima di iniziare: passo dopo passo, ci si spoglia del rumore e si entra in ascolto.

La Niña: voce di un Sud che non chiede permesso
Quando La Niña sale sul palco – o meglio, quando occupa lo spazio naturale che la accoglie – non ha bisogno di scenografie. Basta la sua voce, scura, calda e ruvida, che racconta il Sud non solo come luogo geografico, ma come condizione dell’anima. «Canto il Sud del mondo, dove la vita è un privilegio» aveva già affermato l’arista. E quel privilegio risuona in ogni sillaba.
Dal vivo, la sua energia è incontenibile e ancestrale: danza, si ferma, guarda il pubblico dritto negli occhi. Non si limita a cantare. Evoca, chiama, risponde. È una «strega» – come definisce anche le voci di chi l’accompagna sul palco Lydia Palumbo e Francesca Del Duca, insieme al «wizard» Alfredo Maddaluno – che porta in dono racconti di madri, figlie, amori spezzati e terre mai arrese.
Furèsta: radici, ferite e rinascite
Il cuore del concerto è il suo ultimo album, Furèsta, premiato con la Targa Tenco come miglior disco in dialetto. “Furèsta” significa straniera, forestiera: parola che contiene in sé ferita e possibilità, esclusione e viaggio. È l’identità di chi appartiene a un luogo ma porta dentro anche il senso dell’altrove.
«Furèsta – ha spiegato l’artista in occasione dell’uscita dell’album non si riferisce all’italiano foresta, ma ad un modo di essere, per l’appunto in napoletano espresso con la parola ‘furèsta’, che significa selvatico, spesso si riferisce agli animali, ai gatti in particolare e al loro istinto indomabile. È il nome perfetto per questo album per diversi motivi: innanzitutto perché questo disco nasce come un atto di liberazione. Ha sprigionato quel lato più libero e selvatico di me, è stato un esercizio di contemplazione delle cose e della musica in sé».
Paesaggi sonori, nella sua essenza, è un festival che rispecchia l’anima furèsta: nel silenzio irreale del tramonto, La Niña intona Figlia d’a tempesta. Un inno potente, dove la voce si fa tamburo, le mani diventano preghiera. Poi Salomè, Pica Pica, Guapparìa, Tremm’. E un omaggio alla cultura partenopea con Maruzzella. Uno dei momenti più intensi arriva con Manalunga, canzone dedicata alla depressione, «quella mano che ti stringe e sembra non mollarti mai». È qui che si sente la vera forza di una musica che è anche progetto: dare voce a ciò che normalmente resta taciuto. E farlo a partire dalle proprie radici più profonde, scavando nel dialogo generazionale e nella storia della terra. «Nelle campagne è nata questa musica, solo successivamente è stata portata dai migranti verso la città. Il suono di Furèsta non è quello della città, non è urban, il disco vuole essere molto più antico dell’urbanismo» aveva già raccontato La Nina: la natura di Paesaggi sonori accoglie e potenzia, il momento è perfetto mentre il cielo cambia colore e suona.

Dal vivo, le canzoni acquistano nuova carne: non più solo brani da ascoltare, ma strumenti per scavare dentro. È musica che parla alla parte più antica di chi ascolta, quella che capisce il dolore e la gioia senza bisogno di traduzioni.

Sud come condizione dell’anima
In Furèsta, Napoli non è solo una città, ma un punto da cui guardare il mondo. E il Sud diventa simbolo di chi vive in margine, di chi lotta per farsi sentire. È un Sud che non si piange addosso, ma si racconta con orgoglio: donne forti, ferite che diventano canto, partenze e ritorni che lasciano traccia.
La Niña lega le sue storie a quelle del pubblico: non importa se vieni da Napoli o da un’altra periferia del mondo. In quel momento, ogni persona che l’ascolta è “furesta”.

Quando le ultime note si spengono e il buio avvolge Forca di Castiglione, si capisce che non è stato solo un concerto. È stato un rito antico e vivo: un Sud che parla a chiunque si sia sentito fuori posto, trasformando la solitudine in coro, la rabbia in danza, la paura in poesia.
In quell’ora sospesa tra terra, cielo e musica, “Furèsta” diventa ponte, non confine. E il canto di La Niña resta nella pelle come polvere buona: memoria, ferita e carezza insieme.
