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La cultura è una performance da pagare?

Nelle ultime settimane si è acceso un forte dibattito sull’importanza della cultura e del sapere gratuito, in seguito alle recenti dichiarazioni di Vincenzo Schettini, docente di fisica diventato ormai un influencer con quasi 130 mila seguaci su Instagram e oltre due milioni di follower su TikTok. La polemica è nata dopo la sua ospitata nel podcast BSMT di Gianluca Gazzoli. Il professore ha dichiarato: «perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato e perché la buona cultura non deve essere in vendita? Tanti degli insegnanti che sono a scuola adesso come me andranno in part time un giorno, perché cominceranno a proporre i loro contenuti online, magari anche a pagamento».

Dall’avvento di TikTok e, soprattutto, dopo la pandemia, sono sempre più numerosi gli insegnanti presenti sui social, dove propongono contenuti legati alla propria materia e, talvolta, video girati direttamente in classe insieme agli studenti. Tra questi vi è lo stesso Schettini, noto con il profilo @LaFisicaCheCiPiace, ma l’elenco di docenti che costruiscono contenuti partendo dal setting scolastico è ormai ampio.
La direzione presa da queste dichiarazioni contribuisce però ad assottigliare ulteriormente il confine tra educatore e creator. La scuola rischia così di non essere più soltanto un luogo di formazione e crescita civile, capace di educare cittadini consapevoli e attivi, ma uno spazio sempre più influenzato dalla logica della performance, in una società ossessionata dalla visibilità e dall’apparenza più che dalla profondità dei contenuti.
Il punto non è impedire ai docenti di divulgare cultura online — attività del tutto legittima e consentita anche come secondo lavoro — ma l’incapacità di tracciare un confine chiaro tra i due ambiti, finendo per sovrapporre la figura educativa a quella del content creator.

Se trasliamo il caso in un’altra professione, come quella medica, il problema appare più evidente: se un medico ospedaliero lasciasse intendere che per ricevere cure migliori sia necessario rivolgersi alla sua clinica privata, non si parlerebbe di semplice intraprendenza, ma di un possibile conflitto di interessi.
Negli ultimi giorni è inoltre circolata la testimonianza anonima di uno studente che ha dichiarato come il professore costringesse gli alunni a partecipare alle live pomeridiane, attribuendo punteggi aggiuntivi a chi rispondeva correttamente. Situazioni simili, sempre secondo la testimonianza, si sarebbero verificate anche durante le lezioni, con studenti coinvolti nella registrazione dei video e costretti a ripetere le riprese qualora la spiegazione non risultasse soddisfacente.

Va ricordato che in Italia esistono già contenuti formativi a pagamento, come corsi online e piattaforme didattiche private. Il nodo della questione riguarda quindi non l’esistenza di tali strumenti, ma il loro rapporto con l’istruzione pubblica.
Il sapere non dovrebbe trasformarsi in una valuta di scambio. Se la scuola entrasse pienamente in una logica di mercato, la conoscenza rischierebbe di perdere la propria natura di bene comune, diventando accessibile solo alle fasce sociali più agiate. Il suo valore non risiederebbe più nella capacità di emancipazione, ma nell’utilità e nella spendibilità nel mercato del lavoro. La scuola deve essere prima di tutto un luogo di crescita, capace di far sviluppare senso critico e autonomia di pensiero, non un sistema orientato esclusivamente alle logiche di mercato del lavoro.
Una buona scuola non dovrebbe formare per trovare un impiego, ma per vivere: per creare individui liberi, emancipati e consapevoli dei mutamenti sociali.

Dopo le polemiche, l’insegnante ha fornito ulteriori chiarimenti, affermando: «Ho parlato di cultura, non ho parlato di scuola, e non ho parlato di istruzione. (…) libri, corsi di formazione, musei, teatro… se credete veramente che la cultura debba essere gratuita e accessibile a tutti, allora andate dentro un museo e pretendete di entrare gratis (…)».

In uno Stato democratico — e in particolare in un Paese come l’Italia, fondato su un vasto patrimonio culturale — l’accesso alla cultura dovrebbe essere garantito al maggior numero possibile di cittadini. Non a caso esistono iniziative pubbliche che favoriscono questa accessibilità, come le aperture gratuite dei musei statali nella prima domenica del mese, anche a Roma. Misure che mirano proprio a rendere la cultura un diritto condiviso e non un privilegio.

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