Ci siamo tutti chiesti almeno una volta come sarebbe stato un giorno leggere libri o ammirare opere d’arte che raccontassero della pandemia di Covid-19. Questo futuro che sembrava tanto lontano è arrivato prima di quanto ci aspettassimo: il 13 Novembre 2025, c’è stata l’inaugurazione della mostra “Inhabiting Uncertainty” a cura della Prof.ssa Marina Ciampi presso il MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea in Città Universitaria.
Ad inaugurare l’evento erano presenti la Direttrice del Museo Laboratorio Prof.ssa Ilaria Schiaffini, la Direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Sapienza Prof.ssa Emma Galli e la Magnifica Rettrice Prof.ssa Antonella Polimeni.
Inhabiting Uncertainty. A Multifaced Study on the Relationship Between Social attitudes and Lifestyles in pandemic Spaces si inserisce nei PRIN, acronimo di Progetti di Ricerca di Rilevante Interesse Nazionale, finanziati del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) per supportare la ricerca pubblica. La mostra consiste in una proiezione frammentata in cinque video-testimonianze di studenti ed esperti intitolate “Chiusure”, “Passaggi”, “Espressioni” e “Connessioni”, con l’aggiunta di un video muto sul backstage, le modalità e gli strumenti di registrazione. La capofila del progetto, la Sociologa e Prof.ssa Marina Ciampi del Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche, ha spiegato come il processo di questo esperimento sociale ha portato a restituire una fotografia delle nuove generazioni della quale avevamo un importante bisogno.
Spesso si parla di loro come fragili, annoiati, stanchi, intorpiditi dalla tecnologia. Qui invece, ci sono dei giovani dotati di una grandissima consapevolezza con la quale hanno narrato l’esperienza della pandemia e del periodo che l’ha seguita. Nel concreto, è stato chiesto a studenti e studentesse di entrare in un aula vuota e di parlare soli davanti ad uno schermo, unico strumento di connessione con i ricercatori che erano fuori dall’aula. Così hanno messo in gioco le loro emozioni riesumando l’esperienza del lockdown. “Con questo lavoro, ho voluto far uscire la sociologia dai canali istituzionali, non solo attraverso un prodotto finale audiovisivo, ma chiedendo ad esperti e figure autorevoli di riflettere su queste interviste interpellando Melania Mazzucco, Michele Serra, Gabriella Turnaturi e Matteo Lancini. Il video centrale privo di suono è stato pensato per mettere in evidenza il linguaggio non verbale dei ragazzi, perché avevamo notato tutte le loro indeterminazioni, perplessità ed esitazioni. Questo video più di tutti testimonia visualmente l’incertezza”. I racconti dei ragazzi sono toccanti e ricchi di pensieri diversi. Si percepisce una spiccata dualità sull’utilizzo dei social, che talvolta sono stati sia fonte di insicurezze, ansie e dipendenza, ma anche strumento vitale per mantenere una connessione con il mondo, per formarsi e informarsi. Qualcuno l’ha vissuta come un esperienza umanizzate, qualcun altro come una riscoperta di sé stesso. “Il mio corpo era tanto grande e la stanza troppo stretta”. “I social mi hanno fatto perdere tempo prezioso”. “La famiglia è stata un cuscino d’urto contro la dipendenza da smartphone”. Giovani travolti da un vortice di rabbia, senso di impotenza, alienazione, vulnerabilità, fragilità, riscoperta di empatia, solitudine o stress. Difatti, proprio nel video “Espressioni”, Gabriella Turnaturi Sociologa, Professor Alma Mater dell’Università di Bologna esperta in emozioni dice: “Riconosco a questi giovani un vocabolario emotivo ampio, contrariamente a quello che molti possano pensare, sono molto improntati all’ascolto di loro stessi.”
Questa mostra è dunque una fusione tra psicologia, sociologia e arte il cui titolo “abitare l’incertezza” ci parla delle difficoltà vissute durante la pandemia inerenti alla contrapposizione tra spazio pubblico e privato, tra spazio fisico, virtuale e spazio emotivo. Ed è proprio la questione dello spazio, la chiave centrale della mostra stessa sul quale ci fanno riflettere le interviste al pubblico presente. “Questa modalità sicuramente permette di far arrivare le emozioni dei ragazzi ritratti nei video in maniera più immediata ed impattante, rispetto ad un intervista da leggere su carta. La possibilità di potersi avvicinare fisicamente alla parete sulla quale sono proiettati, crea una sorta di tridimensionalità per lo spettatore, permettendogli di sentirsi più vicino alla persona che si sta raccontando.” La vicinanza fisica si è tramutata in vicinanza emotiva: “Vedere le ragazze e i ragazzi della mia età esporsi raccontando la propria esperienza, piangendo e mostrandosi vulnerabili, ha innescato in me un meccanismo di empatia nel quale inevitabilmente scatta il confronto tra il loro vissuto ed il mio”.
Abbiamo avuto modo di intervistare anche due ragazze che hanno partecipato in prima persona all’esperimento sociale: in ordine, Lorenza e Flavia.
“Vedere così tante persone qui oggi davanti ai nostri video, interessati ad ascoltare i nostri racconti, mi fa sentire compresa. Non avendo assistito alle altre interviste dei partecipanti, non sapendo come hanno descritto loro il periodo della quarantena, ascoltandoli oggi per la prima volta, mi rendo conto di quanto ognuno l’abbia vissuto in modo diverso. Sono emerse tante problematiche prima d’allora sottovalutate, dai complessi con il proprio corpo al modo di relazionarsi con gli altri rivoluzionato. Perciò rivedermi oggi, è stato forse un po’ imbarazzante, ma di certo gratificante”.
“Oggi ho visto per la prima volta le altre persone che hanno partecipato all’esperimento sociale e mi sono sentita compresa, ho visto come gli altri non solo hanno usato le stesse parole, ma hanno vissuto proprio la stessa esperienza, cogliendone sia i lati positivi che quelli negativi. Mi sono sentita anche in imbarazzo, proprio messa a nudo, perché io ho raccontato il mio vissuto, ho spiegato cose che molte persone non chiedono o danno per scontate, come la quarantena e gli effetti che ha avuto sugli adolescenti. Per la prima volta ho potuto dire davanti a tutti la mia verità.”
Questa mostra innovativa presente dall’11 al 15 Novembre 2025, espone il paradosso sensoriale tra l’essere umano che si esprime, racconta ed emoziona proiettato sopra un muro bianco e piatto, un po’ come sono stati i social in quel periodo, nocivi e lenitivi allo stesso tempo. La loro solitudine di ieri ci ha fatto sentire meno soli oggi. Ascoltare i pensieri di coloro che vi hanno trovato anche un lato positivo, di crescita e scoperta di sé, permette di vedere uno spiraglio di luce entrare entrare nelle stanze dei ragazzi, tra quelle mura ostili all’interno delle quali siamo stati tutti confinati, in quelle abitazioni incerte.
Anais Vallozza
