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Il film “La vita va così”: un racconto di rara forza e coraggio

I protagonisti del film compaiono sulla spiaggia di Bellesamanna, in primo piano il pastore Efisio Mulas

Dal 23 Ottobre scorso è in programmazione, nelle sale di 650 cinema italiani, la pellicola “La vita va così”, un film diretto dal regista Riccardo Milani, e con un casting che vanta Virginia Raffaele, Aldo Baglio, Diego Abatantuono e Geppi Cucciari. La trama, ispirata ad una vicenda realmente accaduta, è apparentemente semplice: un anziano pastore sardo che si ostina a dire di no ad un colosso dell’edilizia che vuole costruire un resort di lusso sulla spiaggia del suo paese, e relative conseguenze.

Siamo sulla costa sud occidentale dell’isola, dove sorgono alcune delle spiagge più belle e incontaminate del mondo. Lì la Storia sembra aver rallentato bruscamente il suo corso ed essersi fermata a qualche decennio fa: si vive ancora di poco, di allevamenti, di coltivazioni, di piccola edilizia. Insomma, si vive di “stenti”. Così, come accade troppo spesso nel Meridione, quando una grande azienda di Milano sbarca offrendo migliaia di euro per avere proprietà, non si esita ad acconsentire. Un resort a cinque stelle sulla spiaggia di Tuerredda (nel film è la spiaggia di Bellesamanna) avrebbe attirato un’infinità di turisti da ogni angolo del mondo, avrebbe prodotto un indotto economico notevole e avrebbe creato centinaia di posti di lavoro; questo è ciò in cui speravano tutti i paesani che si erano convinti a vendere i propri casolari e i propri terreni, nonostante questo significava abbandonare la propria casa e rinunciare alla bellezza del proprio territorio. Tutti avevano venduto, tranne Ovidio Marras (nel film il protagonista si chiama Efisio Mulas), portato sul grande schermo dalla commovente interpretazione di Giuseppe Ignazio Loi, il quale è rimasto di pietra nella sua decisione anche davanti all’impensabile proposta di ben 12 milioni di euro. Si rivelarono futili le suppliche di tutto il paese. Dopo anni di tentativi, l’azienda Sitas cominciò i lavori di costruzione, convinta che presto o tardi il vecchio avrebbe ceduto esasperato dall’asfissiante progredire dell’edificazione attorno alla sua proprietà. La pressione del giudizio altrui non scalfì la volontà di Marras, che, come Davide contro Golia, fece causa contro l’azienda che gli aveva precluso la via d’accesso alla spiaggia che da anni il pastore percorreva con le sue mucche. Il caso si trasformò in una notizia di risonanza nazionale e oltre e Ovidio finì per vincere la causa nel 2016 e fermare la costruzione.

Il messaggio del film arriva forte e chiaro. Giuseppe Ignazio Loi, con una naturalezza disarmante, interpreta non solo un pastore sardo, ma incarna anche la forza di uno spirito che in realtà è strettamente radicato nella nostra natura di Italiani, di quegli Italiani che sono ancora legati alla propria terra e alle proprie tradizioni. Si parla di quell’ “Italia che non ha paura” di cui cantava De Gregori, di quell’Italia, forse un po’ stereotipata, che tutto il mondo ha imparato a riconoscere come unica e ad amare in quanto tale. Virginia Raffaele, che interpreta la figlia del pastore, la quale lo difende a spada tratta, rimanda lo spettatore ad una toccante riflessione sul valore e sulla forza dei legami famigliari, colonne portanti e vere garanti della tradizione. Infine, Geppi Cucciari, interpretando la giudice di origine sarda che darà ragione a Marras, ha donato al film un contributo fondamentale: la speranza che, stando dalla parte giusta con coraggio e determinazione, si avranno le giuste ricompense.

Ma la verità è che al posto di Ovidio Marras, che ci ha purtroppo lasciati lo scorso anno, in pochissimi avremmo avuto il coraggio di fare le sue stesse scelte. Viviamo in un mondo che corre veloce, in cui il progresso viene spesso misurato soltanto in termini di profitto, metri cubi e posti letto. Eppure, ogni volta che una comunità cede alla promessa di un guadagno immediato, qualcosa si incrina: un paesaggio si spegne, una tradizione si assottiglia, un’identità si fa più fragile. Non si tratta di rifiutare il cambiamento – perché il tempo non possiamo arrestarlo ed è innegabile che ci siano aspetti assolutamente positivi – ma di chiederci quale prezzo siamo disposti a pagare per inseguirlo e, soprattutto, chi finisce per pagarlo davvero; insomma dove tracciare un limite di umanità.

La storia di Marras ci ricorda che esistono forme di ricchezza che non possono essere quotate, perché appartengono alla memoria, alla dignità e al legame indissolubile con la propria terra. E ci invita a riflettere sul fatto che non tutto ciò che luccica è progresso: a volte è solo consumo mascherato da opportunità. In un’Italia che rischia sempre più spesso di sacrificare la propria anima per un’apparente modernità, il suo “no” resta un monito potente. Un invito a fermarci un istante, a guardare meglio ciò che abbiamo intorno e a chiederci se, nella corsa verso ciò che sembra conveniente, non stiamo perdendo proprio ciò che ci rende unici.

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