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Guerra per immagini: raccontare il conflitto

Guerra per immagini. Fotoreportage dall'Ucraina

«Ragionare sul fotogiornalismo significa riflettere sul ruolo del giornalismo nel raccontare la realtà». Con queste parole il professore Marco Bruno, docente di Storia e modelli del giornalismo alla Sapienza, ha aperto l’incontro dedicato al fotoreportage di guerra con la presentazione del libro Guerra per immagini. Fotoreportage dall’Ucraina di Giacomo Di Benedetto. Il dibattito ha visto la partecipazione di docenti, giornalisti e studenti, coinvolti in una riflessione su come raccontare il dolore e la sofferenza attraverso la fotografia.

Il fotogiornalismo: uno sguardo sulla sofferenza

Il fotogiornalismo racconta una realtà fatta di sofferenze e degradazione umana – spiega il docente Marco Bruno – e talvolta, dietro quelle immagini si “dice” anche troppo. Viviamo in un ecosistema mediale in continuo mutamento: i prodotti culturali rischiano di perdersi, pur trovandoci all’interno di una cultura visuale, non siamo educati ad essa, dunque, non siamo in grado di decodificarla.

L’immagine tra testimonianza e trascrizione

Tra i relatori interviene Enrico Menduni, professore ordinario di Cinema, Fotografia e Televisione, introducendo una riflessione sul valore testimoniale delle immagini. Su questi temi si è sempre discusso, non bisogna dimenticare, però, il “codice ibrido” della fotografia: connessa al carattere ibrido della comunicazione, la fotografia ha bisogno anche dello scritto. Non si tratta più di un linguaggio autosufficiente, ma di un linguaggio trascritto su altri codici, o canali di comunicazione, per essere compreso.

Quanto è necessario raccontare la sofferenza?

Il fotoreporter Alfredo Bosco, le cui immagini compaiono nel libro di Di Benedetto, ha posto il problema di un’educazione al linguaggio visivo, in una “società delle immagini” che non riesce a decodificare. Ha ricordato quanto sia importante documentare i conflitti, anche per ricostruire un archivio di memoria storica. Tuttavia, bisogna sempre porsi una domanda: quanto è necessario registrare questo tipo di sofferenze per raccontare il conflitto? Il fotoreporter si muove in territori delicati, racconta il dolore e la sofferenza, ricoprendo un ruolo un po’ brutale e invasivo. In questi casi, è necessario ricordarsi del rispetto della sofferenza e della dignità umana: non bisogna documentare per fare informazione e rendere le vittime ancora più vittime nel sistema dell’informazione occidentale, bensì ricordare e testimoniare quel dolore.

Decostruire

Giorgia Gigli Gandolfi, operatrice umanitaria Arcs Culture Solidali a Kiyv, ha offerto il suo punto di vista e la sua esperienza al confine di guerra. Racconta che il conflitto si trova in ogni situazione in cui il diritto viene violato; per questo motivo, è necessario raccontare la sofferenza delle vittime che hanno bisogno di avere una voce che gli è stata tolta o negata. La sofferenza non deve essere politicamente strumentalizzata: la narrazione deve essere verosimile, non ciò che vogliamo fornire. In questo senso, citando TodorovGiorgia riflette sulla necessità di decolonizzare lo sguardo nel rapporto tra noi e l’altro: bisogna approcciarsi all’altro cercando di spogliarci dei nostri costrutti culturali.

Il futuro del foto-giornalismo e il freelance

Infine, Giancarlo Tartaglia segretario generale della Fondazione sul giornalismo italiano “Paolo Murialdi” e Christian Ruggiero, Presidente e docente del corso di laurea in Media, Comunicazione digitale e Giornalismo alla Sapienza, hanno concluso il dibattito ponendo delle riflessioni sull’importanza della fotografia, prima forma di comunicazione dell’uomo, secondo Tartaglia, e sul futuro del foto-giornalismo. In particolare, il professor Ruggiero ha rimarcato il ruolo cruciale, seppur fragile, dei freelance come testimoni nei contesti di guerra: sono loro i principali testimoni, senza nessuna tutela ed esposti a innumerevoli rischi. Questo fa capire il senso di indagare e cercare la verità delle cose in questi contesti, spiega Ruggiero, adottando anche uno sguardo che deve restare umano.

Cruciale è la riflessione dell’autore Giacomo Di Benedetto: «come si comunica un corpo morto?»; dunque, è necessario decidere di celebrare la dignità delle vittime, già abusate nel sistema dell’informazione per una narrazione occidentale. Solo se si è disposti ad andare incontro al soggetto rappresentato e alla sua sofferenza, si possono superare certi limiti.

Alessandra Marino

Intervista a Giorgia Gigli Gandolfi

      Giorgia-Gigli-Gandolfi

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