“Il cuore si spezzerà e spezzato continuerà a vivere”. Guillermo del Toro sceglie di terminare il suo Frankenstein con una citazione di Lord Byron: parole che restituiscono, immediatamente, il senso più profondo del film.
Tratto dall’omonimo romanzo di Mary Shelley, Frankenstein di Guillermo del Toro si serve del fantastico per mettere in scena il dolore: un dolore profondo, viscerale, capace di sfigurare tanto i volti quanto le anime.
Victor Frankenstein (Oscar Isaac) gioca a vestire i panni del Creatore: non riuscendo a guardare negli occhi il dolore causato dalla morte della madre (Mia Goth), si lascia accecare da esso. La rimozione del trauma lo spinge a voler sfidare i concetti di vita e di morte, generando una creatura perfetta.
Così la Creatura (Jabob Elordi) è figlia di un’anima in fiamme e delle sue ferite infette e, per questo, porta con sé il peso di un’eredità emotiva difficile da gestire.
Il tormento di Victor non nasce soltanto dalla perdita della madre ma anche dal rapporto conflittuale con la figura paterna: un padre umiliante, screditante, violento.
Se da un lato Victor desidera superare suo padre in ambito medico, dall’altro ne ripete gli schemi comportamentali con la Creatura, di cui sceglie di non prendersi cura.
Il film di del Toro si presenta come una favola nera, in cui la mostruosità si tramanda di padre in figlio: il compito della Creatura è quello di riuscire a spezzare questa terribile catena.
La Creatura abita un mondo che le è estraneo, si muove nello spazio come un bambino, cercando la mano di un adulto che possa guardarlo in un modo tale da restituirgli il senso della sua esistenza. Per questo, risulta centrale il personaggio di Elizabeth (Mia Goth): la ragazza non ha paura dell’alterità della Creatura ma, anzi, in essa si riconosce.
In una società che vede l’altro come minaccioso in quanto diverso, il rapporto tra Elizabeth e la Creatura è una finestra da cui è possibile accedere al significato del film.
Madre e amante al tempo stesso, l’attrice Mia Goth veste sia i panni di Elizabeth che della madre di Victor, creando una continuità tra i due personaggi. Il suo corpo mette in scena la duplicità della vita: da un lato la gioia dell’amore, dall’altro il dolore della morte. Così come la madre, anche Elizabeth muore, corrompendo la purezza della Creatura, così come era successo a Victor. Il desiderio di vendetta diviene la sua unica ragione di vita, in assenza di altre. Bloccato ai margini della vita, incapace sia di vivere che di morire.
La Creatura di del Toro, però, compie il miracolo: sceglie di perdonare laddove sembrava impossibile e, così facendo, di ricominciare.
C’è una straordinaria umanità nel modo in cui la Creatura va incontro ad una nuova alba: attimi che mostrano la bellezza di dirsi che, nonostante tutto, c’è ancora domani.
Alessia Perrella
