Ci sono personaggi che segnano inevitabilmente la vita culturale e non smettono mai di essere ricordati. È quello che sta accadendo ora con Franco Battiato, di nuovo al centro di un racconto corale che passa dal cinema alla televisione e approda in un museo. Da una parte il film per la Rai, dall’altra la mostra al MAXXI di Roma: due linguaggi diversi, uniti da un’unica necessità: tornare a interrogare il suo lascito.
Il lungometraggio andato in onda domenica 1 marzo si intitola Franco Battiato – Il lungo viaggio e, attraverso la splendida interpretazione di Dario Aita, ripercorre le tappe essenziali di una traiettoria artistica che non è mai stata lineare. Non indulge nel mito facile né nella nostalgia televisiva. Prova piuttosto a restituire il movimento continuo di un artista che ha attraversato sperimentazione elettronica, pop colto, misticismo, opera, cinema. La narrazione segue l’uomo prima ancora dell’icona: la Sicilia degli inizi, il trasferimento a Milano negli anni della ricerca sonora più radicale, l’incontro con l’Oriente, la disciplina dello studio, l’ossessione per l’altrove. Il film insiste sulla solitudine creativa, sul rigore quasi ascetico con cui Battiato costruiva le proprie opere, alternando silenzi e intuizioni improvvise. È un racconto che evita la cronologia celebrativa per concentrarsi sulla tensione interiore, su quel “lungo viaggio” che per Battiato non è mai stato soltanto geografico ma soprattutto spirituale e intellettuale.
Quasi in dialogo ideale con il film, al MAXXI è visitabile Franco Battiato. Un’altra vita, un percorso espositivo aperto fino al 26 aprile, che non si limita a esporre memorabilia ma costruisce un’esperienza immersiva e stratificata. Documenti, fotografie, materiali audiovisivi, appunti manoscritti e installazioni sonore restituiscono la complessità di un autore che ha sempre rifiutato le etichette. L’allestimento accompagna il visitatore tra le diverse stagioni creative, mettendo in relazione musica, cinema, pittura e pensiero filosofico. La mostra insiste su un punto preciso: Battiato non è stato solo un cantautore, ma un intellettuale capace di muoversi tra discipline, di contaminare linguaggi, di trasformare la musica in strumento di indagine metafisica.
Il dialogo tra questi due progetti non è casuale. Cinema e museo condividono lo stesso interrogativo: come si racconta oggi un artista che ha fatto dell’inclassificabilità la propria caratteristica? La risposta sembra stare nella pluralità degli sguardi: il film sceglie la dimensione narrativa, emotiva, quasi intima. La mostra opta per l’archivio, per la stratificazione, per la costruzione di un ambiente che riflette il suo immaginario.
In entrambi i casi emerge l’attualità di un pensiero. Non un’operazione nostalgia, dunque, ma un invito a riascoltare – e forse a rileggere – un’artista che continua a interrogare il presente.
