Cosa si risponde a chi dice che le lotte femministe di oggi sono solo capricci e che la parità è stata già ottenuta?
Le risposte sarebbero tante e molto varie, una molto valida è sicuramente il documentario realizzato da Flavia Caporuscio e Alessandro Scillitani: “Il filo perduto. Quando le donne non avevano voce”, che tramite la voce di illustri personalità femminili come Serena Dandini, Mariangela Gualtieri, Loredana Lipperini, Dacia Maraini, Michela Murgia e Lidia Ravera ci dimostra come ciò che abbiamo conquistato non va dato per scontato. Come sia il frutto di un grande sacrificio, qualcosa di sacro che per questo va difeso. Queste donne raccontano la storia scoprendo anche il rovescio del ricamo, come sostiene Fiorenza Taricone, mostrando la grande forza di un femminile che per troppo tempo è stato zittito.
Questo lavoro, proiettato nel nuovo teatro dell’ateneo di Sapienza, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, si costituisce di una serie di interviste e testimonianze raccolte nell’arco di dieci anni con l’obiettivo di riscrivere una storia alternativa o complementare al modello androcratico, riportare alla luce la voce delle donne che per secoli si sono viste private di un diritto fondamentale: quello di esprimere loro stesse. La struttura del docufilm è volutamente polifonica: non c’è una sola voce narrante, ma un mosaico di contributi che si intrecciano tra loro. Il risultato è un racconto collettivo che mette in dialogo discipline diverse — dalla storia alla filosofia, dalla letteratura all’antropologia — mostrando come la riscoperta della genealogia femminile sia un lavoro ancora in corso.
Il documentario si apre raccontando la storia di Chiara Vigo, una tessitrice di bisso, un materiale molto particolare che non ha un vero e proprio bacino di commercio. È proprio per questa ragione che viene usato come prologo di questo racconto: Chiara non tesse per vendere, tesse per dare una forma alla sua voce, per esprimere se stessa, la sua storia e la sua eredità.
Tutto il lavoro è giocato sulla metafora che il filo porta con sé: la tessitura diventa una via di autodeterminazione e consapevolezza di sé. In questo senso il “filo” diventa il simbolo di una memoria nascosta ma mai completamente interrotta. Molto interessante è il percorso che viene tracciato per esprimere al meglio questa intenzione: partendo dalla classicità, con Penelope che cuce e scuce la sua tela diventando artefice del proprio destino, si arriva fino a Clelia Marchi, una contadina mantovana che, dopo la morte del marito, scrive la sua storia su un lenzuolo del corredo matrimoniale. In questo modo si riappropria della propria vicenda e la tramanda ai posteri su quello che oggi è diventato un vero e proprio manifesto femminista, poiché dimostra come le donne, pur non avendo spazi ufficiali di scrittura, siano riuscite a crearli.
La figura femminile è analizzata a 360 gradi da tutte le studiose. Per citare degli esempi, Liliana Moro, a partire dalle fondamenta, decostruisce un’immagine del femminile relegata al focolare domestico. O Michela Murgia che stacca le donne dalla sfera della maternità, non perché le donne non debbano essere madri, ma perché la loro forza risiede nel potere di scegliere.
Un altro tema molto importante sollevato da diverse studiose durante il documentario, in particolare da Loredana Lipperini, è quello della tutela dei diritti. Proprio In merito a questo Scillitani e Caporuscio durante l’intervista sostengono: “è evidente che essere femministi significa, che ne so, partecipare a un pride, partecipare a qualcosa che mette in relazione, diciamo, la parità, ma vera parità, che non vuol dire parlare di eguaglianza intesa come bisogna assomigliarsi tutti, ma eguaglianza proprio nelle differenze, nel potersi esprimere.” Sottolineando come non si può ragionare a compartimenti stagni, non potremmo mai pensare di vivere in una società femminista ma al tempo stesso omofoba, o razzista. “vale sempre la pena battersi e schierarsi per i diritti di tutti, perché sono i diritti di tutti, non sono i diritti di una parte.”
In un’epoca in cui il dibattito sull’uguaglianza di genere e sulla rappresentazione delle donne è sempre più centrale, questo documentario ci ricorda quanto lavoro resti ancora da fare. Come sostiene Lipperini, è necessario partire dall’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, affinché le nuove generazioni crescano in una cultura di reale uguaglianza di genere. Allo stesso tempo, è fondamentale sviluppare uno sguardo critico sul mondo che ci circonda, imparando a riconoscere e a chiamare con il loro nome le discriminazioni.
Il documentario lascia però anche un forte messaggio di speranza, aprendo nuove prospettive sulla nostra storia, quella delle donne e degli uomini. Sta a noi raccogliere questa eredità e trasformarla in uno strumento di cambiamento. Comprendere la storia delle donne, infatti, non significa soltanto aggiungere nuove figure a un racconto già scritto, ma ripensare radicalmente il modo in cui quel racconto è stato costruito.
