Per questo Natale, la comunità della Cappella della Divina Sapienza, ha organizzato una raccolta di panettoni da donare alle detenute del carcere di Rebibbia Femminile. In questo articolo capiremo l’importanza del gesto, attraverso un’intervista al cappellano della Sapienza.
Abbiamo oggi l’opportunità di leggere le riflessioni di don Gabriele Vecchione, cappellano della “Cappella della Divina Sapienza”, per donare il proprio panettone sarà possibile portarlo nella chiesa della città universitaria, presso un cestino vicino l’altare o fare una donazione PayPal o online tramite Iban. I Panettoni verranno ritirati fino a Natale, successivamente tramite il cappellano di Rebibbia femminile, don Andrea Carosella, verranno consegnati alle detenute.
Qual è il valore simbolico di un gesto come questo per le detenute, soprattutto in prossimità del Natale?
Sono andato molte volte in carcere a celebrare la Messa o ad ascoltare le donne detenute. Ciò che fa male, ed è purtroppo inevitabile, è la distinzione tra dentro e fuori. Stare dentro significa privazione di libertà, rapporti di potere, caos acustico permanente, mancanza di igiene. In tre parole: perdita della dignità. Un panettone è un modo, d’accordo non risolutivo ma appunto simbolico, con cui un po’ di fuori entra dentro. Le donne detenute non aspettano altro che tornare fuori. In carcere ho imparato una cosa fondamentale per la mia vita psichica e spirituale: solamente per delle circostanze fortuite, per degli incontri fortunati, io sono fuori e loro sono dentro. Sono semplicemente uno scampato. Ho imparato che dentro e fuori siamo fratelli e sorelle, come diciamo, speriamo non ipocritamente, nella Messa. Credo che questa donazione abbia un valore educativo anche per la comunità accademica. Ai ragazzi chiedo spesso: perché studi? Per chi studi? Studi per amare qualcuno o studi per accumulare denaro e accaparrare titoli? La società della prestazione fa vincitori e vinti, si nutre di individualismo, esalta la motivazione a scapito dell’interiorità e la resilienza a scapito della solidarietà. Questo modello individualista non può funzionare, produce infatti epidemie neuronali. Vorrei insegnare agli studenti che più del successo conta l’amore; che ciò che realmente rende felici è l’amore.

Come viene trascorso il periodo del Natale all’interno del carcere e che ruolo è come l’istituzione religiosa può aiutare a superare questo momento di difficoltà ?
Il periodo di Natale è il peggiore. Le donne detenute sono figlie, madri, nonne. La nostalgia di casa diventa struggente. Il costo della conseguenza del proprio reato, ammesso e non concesso che si sia effettivamente colpevoli e non si sia sottoposti a ingiusta detenzione, è altissimo. Il pensiero suicidario in carcere è all’ordine del giorno. In più alcune detenute non hanno la possibilità di incontrare alcun familiare anche per il colloquio mensile o settimanale, magari perché non sono romane e hanno i parenti lontani, o perché sono soggette a una detenzione particolarmente dura. La cappellania del carcere è generalmente molto frequentata, anche da donne detenute di altre religioni. Il logorante sistema di sottomissione tra forze di potere tra l’istituzione-carcere e le detenute e tra detenute stesse in chiesa si atrofizza: lì si è tutte uguali. Il cappellano è tout court il volto della Chiesa, è dunque un po’ madre e un po’ padre. Spesso, prima di annunciare il Vangelo, bisogna promuovere la dignità umana e provvedere a spazzolini, dentifrici, saponi, asciugamani, vestiti, caffè (e anche sigarette). La Chiesa in carcere è uno degli ultimi avamposti del concetto residuale di famiglia. Poi c’è l’annuncio del Vangelo. Ho visto donne incattivite e narcisiste aprire il cuore e finalmente ascoltare una buona notizia. Il Vangelo è ciò che ti salva dalla disperazione: questo si capisce meglio dentro che fuori.
Ci sono altri modi e situazioni in cui la società può contribuire ad aiutare le detenute, anche durante il resto dell’anno?
Ci sono molti modi, ma prima vorrei specificare che non siamo solo noi fuori ad aiutare chi sta dentro, ma chi sta dentro ha molto da insegnare e dunque può aiutare. Non credo a chi superbamente sia convinto di poter prestare aiuto in modo unilaterale. Come Vice-Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Universitaria della Diocesi di Roma sto promuovendo iniziative in supporto del Polo Universitario Penitenziario, di cui il Prof. Monina di Roma Tre è presidente. Per esempio il 18 dicembre 2025 al teatro Palladium faremo una serata di beneficenza per permettere agli studenti detenuti di comperare i manuali per sostenere gli esami. Anche molti professori della Sapienza vanno a insegnare nelle carceri romane e laziali. Nella nostra Regione ci sono centinaia di universitari detenuti.
Come Cappellano della Sapienza mi piacerebbe promuovere un laboratorio di scrittura dentro, condiviso tra detenuti e studenti universitari, con la supervisione di qualche professore universitario. Più in generale la società deve comprendere che il carcere, così com’è, non solo non rieduca, ma incrudelisce, e dunque è in patente violazione del dettato costituzionale. Generalmente le tragedie non colpiscono al cuore fin quando non ti riguardano: dopo aver parlato con molte detenute e asciugato le lacrime di molti loro familiari, non sono più lo stesso. Si tratta di lasciarsi commuovere.
La donazione è un gesto che mostra vicinanza, ad una parte di comunità che si trova ad affrontare un momento fragile della loro vita. Specialmente durante il periodo natalizio, dove tutti gli uomini hanno diritto di viverlo con la dovuta serenità anche lontano dalla propria casa o dalla propria famiglia. Il sorriso e la speranza a chi ne ha più bisogno si può trasmettere anche tramite un piccolo gesto, come donare un panettone, nel quale vengono racchiusi tutti i valori del Natale.
A cura di Umberto Lanzara
