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Comunicazione, informazione e libertà

Fonte: Wikimedia

L’indipendenza, l’obiettività e l’apertura alle diverse tendenze politiche, sociali e culturali, nel rispetto delle libertà garantite dalla Costituzione, sono principi fondamentali della disciplina del servizio pubblico radiotelevisivo.”

Così sancisce l’articolo 1 della legge n. 103 del 1975, che assegnò al Parlamento, tramite l’apposita Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, e non più al Governo, il controllo del servizio pubblico e della società concessionaria, con l’obiettivo di garantire un maggiore pluralismo dell’informazione.

L’esigenza di un’informazione libera, indipendente e obiettiva non nasce dunque da una circostanza, ma affonda le sue radici nei principi alla base delle democrazie costituzionali. Garantire il pluralismo informativo significa permettere ai cittadini di formarsi un’opinione autonoma, condizione indispensabile per una partecipazione consapevole alla vita pubblica.

Nel XXI secolo i mezzi di comunicazione sono molteplici: accanto ai canali tradizionali, quali radio, televisione e stampa – cartacea e digitale – si sono affermati nuovi mezzi, come le piattaforme social, capaci di diffondere notizie in tempo reale. In un contesto simile, il ruolo di chi informa assume un peso decisivo. Quando un soggetto si propone come garante dell’informazione, è necessario interrogarsi criticamente sulle sue competenze, sulle sue finalità e sulla trasparenza del processo comunicativo. Limitare o orientare l’informazione rappresenta infatti il primo passo per modulare l’opinione pubblica.

La storia ci dimostra come, attraverso la propaganda e la censura, il potere sia riuscito a plasmare idee, valori e convinzioni collettive, trasformando i mezzi di informazione in uno strumento di consenso piuttosto che di conoscenza. In questi casi ciò che viene presentato come oggettivo non è che il riflesso, o forse lo spettro, degli interessi di chi possiede la notizia.

Già nel XVI secolo Martin Lutero aveva intuito quanto il “tramite” tra il fatto e il destinatario fosse determinante, soprattutto per coloro che non hanno accesso diretto alla realtà dei fatti. Per questo motivo decise di tradurre la Bibbia, in modo tale da permettere ai credenti di conoscere il testo e non solo l’interpretazione del sacerdote.

Quando una versione della narrazione viene proposta come obiettiva e non si possiedono strumenti per verificarla, è naturale accettarla come vera. Per evitare questo meccanismo, la democrazia si fonda sulla pluralità delle fonti e sulla possibilità di confronto tra interpretazioni e opinioni diverse.

In un mondo globalizzato, in cui l’esperienza diretta degli eventi è sempre più rara, il controllo dei mezzi di informazione equivale all’esercizio di un vero e proprio quarto potere, che rischia di sbilanciare l’equilibrio dei tre poteri di Montesquieu. La concentrazione dell’informazione in un unico canale, o in poche voci dominanti, apre il rischio di una realtà filtrata, parziale, funzionale a interessi estranei al bene comune. Basti pensare alla distopia di Orwell per avere un’idea delle conseguenze catastrofiche.

All’interno di questo quadro il lavoro del giornalista assume un valore profondamente civile. Svolto con l’intento di informare e non di influenzare, è uno strumento di tutela democratica. Analogamente, il servizio pubblico radiotelevisivo dovrebbe rappresentare uno spazio di comunicazione realmente aperto, capace di dare voce alle diverse sensibilità politiche e culturali presenti nella società, ideale che deve essere irrinunciabile. Menti informate sono il presupposto di cittadini consapevoli. Solo su questa base può esistere una democrazia autentica, in cui il potere non si esercita attraverso la manipolazione delle coscienze.

Platone nel V secolo a.C. auspicava a governanti capaci di anteporre il bene collettivo ai propri interessi. Omettere parti della realtà significa non favorire il libero pensiero e, dunque, tradire questo ideale.

Lavinia Ferraioli

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