Il fine ultimo di questa vita forse è saper rispondere a questa difficilissima domanda: cosa è giusto fare, qual è la strada giusta? Le persone, nel tentativo di rispondervi –o di anestetizzarne la paura– si uniscono a movimenti, ideologie, pensieri religiosi, con la pretesa di voler far parte di qualcosa di più grande.
Il gruppo sociale, per esseri sociali quali siamo, risulta fondamentale per non sentirsi fuori posto. Tuttavia, forse, a vent’anni è anche giusto e normale non sapere quale sia il proprio posto nel mondo, non avere ancora qualcosa di ben definito per cui combattere, non sapere quale strada perseguire. L’adolescenza e la prima età adulta sono fasi formative, rappresentano il passaggio che precede l’inserimento in un gruppo saldo e definito, capace di far credere di aver finalmente trovato il proprio posto nel mondo.
Quando non ci si ritrova nei gruppi del presente, si tende a ricercarli nel passato, nella storia o nella filosofia, e ci si identifica in pensieri lontanissimi dal mondo attuale. In alternativa, si tenta di anestetizzare la fatidica domanda rifugiandosi in un mondo fittizio, come quello dei social, che crea l’illusione di far parte di qualcosa di più grande. Oggi la maggior parte dei giovani trova sollievo condividendo una foto su Instagram, perché spesso sembra l’unico modo per imporre la propria presenza nel mondo. Il social diventa così una via di fuga, la strada apparentemente più facile per vivere.
Ogni periodo storico ha le proprie vie di fuga, che non sono altro che risposte patologiche ad un problema fisiologico dell’essere umano: il sentirsi costantemente fuori posto. Nell’Italia degli anni di piombo a questo disagio si rispondeva con la violenza politica; nella Germania degli anni ’80 la soluzione sembrava essere l’abuso di droghe; oggi una delle risposte più diffuse è il disimpegno politico e il rifugio nel mondo virtuale.
Filosofi come Kierkegaard hanno vissuto cercando di rispondere alla medesima domanda: com’è giusto vivere? Rileggendoli a distanza di tempo, ci si rende conto che “Aut-Aut” forse non è l’unico modo per interpretare l’esistenza. Non esiste una strada giusta ed una sbagliata, libertà che spesso, invece di rasserenare, spaventa ancora di più. Se si può fare tutto, come si fa a sapere cosa sia veramente giusto fare? Le leggi e i valori personali forse non sono sufficienti, ma risultano comunque indispensabili per orientarsi nell’agire quotidiano.
Sembra sempre che tutti abbiano già trovato il loro posto nel mondo e questo contribuisce ad accrescere il sentimento di isolamento e di non appartenenza. Eppure bisogna ricordare che, in fin dei conti, nessuno sa per certo come sia giusto vivere. La storia, anzi, insegna come le disgrazie più indicibili siano avvenute proprio a causa di uomini troppo convinti di star facendo la cosa giusta.
In un mondo privo di certezze, l’unico sollievo è sapere che tutti vivono alla ricerca della propria strada e che anche l’individuo apparentemente più sicuro, in fondo, qualche domanda dovrebbe farsela.
Lavinia Ferraioli
