Questa storia non è la sceneggiatura di un film. Alcune trame intrecciano quelle della vita che ognuno di noi intraprende ogni giorno. Alcune scelte si rilevano essere più coraggiose di altre, mentre certe idee si scoprono essere rivoluzionarie nonostante la loro semplicità.
Siamo nel dopoguerra: l’istruzione è un lusso, soprattutto per chi vive nelle periferie della Capitale. All’ombra dell’ultimo sole, le giornate si rilevano essere tutte uguali. Bambini romani che dovrebbero passere il tempo sui libri si svelano essere piccoli operai o agricoltori. Non c’è il tempo, tanto meno la possibilità di lavorare, ma solo per lavorare.
Don Roberto Sardelli era un sacerdote di frontiera, nato per stare tra gli ultimi e gli emarginati, cercando di tessere un filo per unire le comunità meno emancipate. Era il 1968 quando si svuotò le tasche per acquistare una baracca nel borghetto Felice, nei pressi dell’acquedotto, da una prostituta.
Fu l’unico nell’intravedere in una fatiscente baracca il potenziale per costruire il cuore pulsante dell’istruzione per chi risiedeva nella zona. Nasce così una scuola per i ragazzi baraccati dell’Aquedotto Felice. La Scuola 725 diventa realtà, prendendo il numero indicato per segnalare la baracca.
Inserire i ragazzi emarginati dalla società in un contesto educativo differente era l’unico modo per salvare chi – all’epoca – viveva ai margini. Svolgere i compiti e ripassare quanto appreso durante le lezioni era diventato un modo per dimenticare il proprio passato, così da poter immaginare un futuro diverso.
L’aula era composta principalmente dai figli dei migranti, giovani lavoratori partiti soprattutto dalla Calabria, dal Molise, dall’Abbruzzo e dalla Basilicata. Anche loro, di fatto, avrebbero voluto un destino diverso. I loro ragazzi erano costretti ad iscriversi alle classi differenziate.
C’è differenza, eccome: i programmi pensati per loro erano semplificati e ridotti all’osso. Gli insegnanti non erano affatto contenti di dover seguire aule gremite di preadolescenti che vivevano ai margini. Ed è per questo che in molti abbandonavano la scuola e finivano col diventare invisibili. Se non fosse stato per quel parroco. Il 21 novembre 2018 – un anno prima della sua morte – riceve la laurea honoris causa, titolo ritirato da due suoi ex allievi, un tempo anime di quella baraccopoli.
