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Armi bianche: l’emergenza sociale dei coltelli

È sempre più comune sentire al notiziario di aggressioni – e fin qui, purtroppo, “nulla di nuovo sotto al sole” – ma colpisce che sempre più spesso si parla di aggressioni legate all’uso dei coltelli, fino a delineare una vera e propria emergenza. Sotto il mirino ci sono ovviamente le grandi città, Milano, Roma e Napoli, quelle di cui disponiamo di dati e statistiche relativamente più significative, seppur queste sono ancora estremamente limitate se si vuole pensare a questo come un fenomeno di grande portata.

A Milano, che da due anni si piazza in prima posizione per criminalità in Italia, nel 2025, nel periodo compreso fra Gennaio e Ottobre, i Carabinieri hanno registrato 1390 denunce per possesso di armi da taglio, di questi un 10% riguarda giovanissimi e minori. E dobbiamo immaginare che ci sia una significativa percentuale di sommerso.

A Roma e Napoli i coltelli girano talmente facilmente fra i minori che è possibile acquistarli anche sul web, a poche decine di euro, e vengono scambiati fra i componenti dei propri gruppi. In alcune scuole del Sud si sta sperimentando l’utilizzo di metal detector a seguito di episodi specifici come quelli dell’Istituto Morano di Caivano dello scorso Ottobre.

L’emergenza non riguarda solo i coltelli però, se i dati riguardanti il sequestro di armi da fuoco e armi da taglio sono in leggera diminuzione tra il 2024 e quest’anno, triplicano e oltre i numeri relativi al sequestro di altre armi e oggetti contundenti, come tirapugni, mazze e nunchaku.

Tutte queste notizie ci lasciano con un grande dubbio, siamo al sicuro quando camminiamo per le strade della grande città in cui abitiamo? Ma soprattutto, qual è il motivo dietro tutto questo?

Il disagio giovanile e l’emergenza sociale

Molto spesso questi episodi sono legati a piccoli debiti e questioni di futili battibecchi tra gang, ma non si può neanche negare che il fenomeno prenda sempre più i lineamenti di un disagio sociale e giovanile. Secondo i rapporti delle Forze dell’Ordine, chi viene fermato per possesso di armi bianche dichiara di averle con sé per legittima difesa, perché non si sente al sicuro. Sarebbe bene che si cercasse di risalire alle ragioni più squisitamente sociologiche della tendenza a risolvere i propri problemi con la violenza, impugnando una lama, o al pensiero di doversi fare giustizia da solo.

Gli spunti su cui indagare a livello psico-sociologico sono molti. Innanzitutto sarebbe da scandagliare la ragione dietro la scelta della lama piuttosto di un’arma da fuoco. Qualcuno, a primo acchito, potrebbe additare la maggiore faciltà alla reperibilità, ma l’arma bianca è un simbolo molto forte, quando impugnata viene percepita come un’estensione del proprio corpo, implica il contatto fisico e maggiore forza nell’atto, in poche parole è più violenta.

In secondo luogo, la tendenza alla violenza da parte dei giovani dimostra ancora una volta il fallimento del sistema educativo, sia scolastico sia familiare. Prevenire è meglio che curare, lo sappiamo bene: allora, forse dovremmo cercare di individuare i disagi e non l’uso delle armi che da questi ne derivano. Si noti anche come, ci siano numerose figure pubbliche, specie cantanti e content creator popolari fra i giovanissimi,  che promuovono manovre dall’alto che mettano al centro la salute mentale. Parlare di psicologia non è più un tabù, i sociali ne sono stracolmi. I social stessi quindi potrebbero diventare una risorsa per capire come agire.

In ultimo, sorgono ancora tanti interrogativi: è un problema generazionale o la violenza è sempre più diffusa fra tutte le fascine d’età? È possibile agire su larga scala o una riforma profonda è ancora un’utopia? Chi decide di armarsi lo fa perché non si sente al sicuro o perché ha intenzione di ferire qualcuno? Certo è che tutte queste risposte devono arrivare da ognuno di noi, che questa è responsabilità collettiva.

 

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