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A schiena dritta: un secolo di giornalismo, memoria e responsabilità

Una mostra per raccontare la storia del giornalismo italiano e, insieme, interrogarne il presente. “A schiena dritta. Tutelare il mestiere della libertà”, inaugurata a Roma il 25 marzo per il centenario dell’INPGI, è un percorso tra memoria, impegno civile e sfide contemporanee.

Nel centenario dell’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani, la mostra “A schiena dritta” prova a fare qualcosa di più di una semplice celebrazione. Non si limita a raccontare la storia di un’istituzione nata nel 1926, ma costruisce un vero e proprio percorso nella memoria del giornalismo italiano, intrecciando documenti, immagini e testimonianze.
Allestita a Roma negli spazi della Fondazione sul Giornalismo Italiano Paolo Murialdi, la mostra si inserisce nelle iniziative per i cento anni dell’ente previdenziale e si propone come un viaggio che attraversa decenni di professione, in particolare dagli anni Sessanta al Duemila.

Il percorso espositivo raccoglie oltre sessanta materiali tra fotografie, cimeli e documenti storici: macchine per scrivere, telecamere, prime pagine, oggetti appartenuti a giornalisti che hanno segnato la storia dell’informazione italiana. Tra questi, anche strumenti legati a figure simboliche del giornalismo d’inchiesta e civile, a cui la mostra rende esplicitamente omaggio.
Non è solo una ricostruzione storica. Il cuore dell’esposizione è nei volti e nelle storie dei cronisti che hanno raccontato il Paese spesso pagando un prezzo altissimo. Da chi ha indagato le mafie a chi ha lavorato nei contesti di guerra, la mostra restituisce l’idea di un mestiere che si colloca al centro della vita democratica.
In questo senso, il titolo scelto assume un valore programmatico. “A schiena dritta” non è soltanto un richiamo etico, ma una chiave di lettura: il giornalismo come pratica di responsabilità, indipendenza e resistenza. Un mestiere che si definisce nella capacità di non piegarsi, anche quando le condizioni diventano difficili.
Accanto alla dimensione simbolica, emerge anche quella istituzionale. L’INPGI, nato per garantire tutele previdenziali ai giornalisti, diventa qui il punto di partenza per riflettere sull’evoluzione della professione: da categoria strutturata e riconosciuta a sistema sempre più frammentato, attraversato da trasformazioni tecnologiche e precarietà diffusa.

È proprio questo slittamento tra passato e presente a rendere la mostra particolarmente significativa. Raccontare un secolo di giornalismo significa inevitabilmente interrogarsi su ciò che resta oggi di quella tradizione. In un contesto in cui il rapporto tra informazione e potere torna a essere oggetto di discussione, il rischio è che l’autonomia del giornalismo venga progressivamente erosa.
La mostra, allora, non offre risposte definitive. Piuttosto, pone una domanda implicita ma urgente: è ancora possibile esercitare questo mestiere a schiena dritta?

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