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Social Street Rome: il ballo come (ri)aggregazione spontanea

Volti sorridenti e corpi allegri che si muovono a ritmo di musiche caraibiche. Braccia e gambe che si intrecciano creando movimenti vivaci e armonici. Buon umore, compagnia e divertimento. Questo è quello che si trova se si va a un incontro di Social Street Rome, un’iniziativa che promuove il ballo e la riunione spontanea fra le persone nei parchi e nelle piazze romane. Il progetto è nato quasi per caso due anni fa ma, crescendo, si è posto degli obiettivi sociali e culturali ben specifici: l’allontanamento da ogni logica di profitto, l’inclusione e il ripopolamento dei luoghi cittadini. Lo ha raccontato Matteo, uno degli organizzatori, nell’intervista che trovate di seguito.

Quando e come avete iniziato a fare questi eventi e com’è nata l’idea?

Un paio di anni fa. Eravamo un gruppetto di amici della stessa scuola di ballo e a fine anno dovevamo fare un saggio finale. Visto che ci sentivamo insicuri, volevamo fare delle prove e siamo andati al Parco Schuster e alla Basilica di San Paolo. Lì la cosa è stata che anche le persone che passavano per caso si coinvolgevano. Si fermavano, alcuni chiedevano, alcuni addirittura ballavano con noi. Lì ho percepito che questa cosa creava aggregazione spontanea e che nasceva un’energia bella, un’energia che univa le persone in maniera positiva e sana. Quindi abbiamo continuato e la cosa è cresciuta. Siamo andati in giro per le piazze e i parchi di Roma. Alla base c’è un po’ un ritorno del ballo di strada. I balli che facciamo sono balli caraibici, salsa, bachata, che sono balli nati così, in maniera spontanea per strada. E noi in Europa li abbiamo strutturati in maniera più organizzata ed è diventato un modo per fare business con logiche di marketing. Noi [di Social Street Rome]  siamo voluti tornare alle origini: senza soldi.  E questo è arrivato all’animo delle persone. Ritorniamo alle cose semplici: questo è un po’ lo spirito.

Questo è un po’ rivoluzionario per i tempi che corrono, no?

Sì, siamo invasi da questo modello capitalista e consumista che vuole fare sempre soldi. Il riflesso di questo nel ballo è che c’è bisogno della performance, c’è bisogno di apparire. Nei nostri incontri non vogliamo questo. Le persone devono essere benvenute, anche se non sanno ballare o non sanno ballare bene. Abbiamo iniziato a fare questi eventi anche in un centro psichiatrico e in una scuola per ragazzi disabili proprio per dire che il ballo è inclusivo e non esclusivo, è per tutti.

Quindi quello che volete trasmettere è l’inclusione e il bello di stare insieme ?

Si, una parte è questa. Poi quello che a noi piace è che il ballo e la musica ritornino un po’ a far vivere le nostre piazze e i nostri parchi. Perché poi quello che viene fuori è un aspetto sociale e culturale molto importante. Perché solo alcune piazze sono ancora vissute a Roma, le altre diventano luoghi abbandonati. Invece attraverso il ballo e la musica, tornano ad essere dei centri di aggregazione, dove le persone si possono incontrare e stare insieme e condividere.

Ma infatti anche l’architettura delle città italiane in realtà favorisce l’aggregazione, anche se ora si sta perdendo un po’ questo aspetto…

Eh, ora le persone si trovano nei centri commerciali, per dire. Io mi ricordo che mia nonna era di questo paesino in Abruzzo e lì i signori si trovavano in piazza, giocavano a carte e non c’era business legato a tutto ciò. Stavano insieme perché la vita li portava a condividere le loro cose. Invece adesso è legato tutto a sistemi che hanno un interesse commerciale. A partire dal centro commerciale, ma anche le scuole di ballo, le palestre. L’invito è: ritorniamo a stare insieme in maniera destrutturata.

Beh, direi che voi state riuscendo nel vostro intento, sempre più persone partecipano ai vostri eventi, giusto ?

Sì perché c’è bisogno di autenticità. Da un lato, questa cosa è difficile da comunicare, perché la gente è talmente dominata da un altro modello che fa anche fatica a capire subito.  Ma c’è la necessità di ritornare a qualcosa di più spontaneo e questo arriva alle persone.

 

 

Gabriella Scalabrini

 

 

 

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