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L’Illusione del traguardo: quando la performance accademica diventa un peso insostenibile

C’è una nuova religione che serpeggia tra le biblioteche e le aule studio: il culto della performance estrema. La liturgia è composta da post su LinkedIn di ventenni in giacca e cravatta, storie Instagram di scrivanie invase da evidenziatori a mezzanotte e titoli di giornale che celebrano il “genio” di turno laureatosi in tre anni con tre magistrali diverse.

Ma mentre il mondo applaude i velocisti del libretto, nelle retrovie si consuma un’epidemia silenziosa di ansia, burnout e senso di inadeguatezza.

Siamo diventati una generazione di collezionisti di CFU: abbiamo trasformato il percorso accademico in una gara di Formula 1 dove il “pit-stop” è visto come un fallimento e la curiosità intellettuale è stata sostituita dalla strategia di sopravvivenza. La domanda non è più “cosa ho imparato oggi?”, ma “quanto manca all’appello?”.

Questa narrazione tossica del successo a ogni costo crea un’illusione pericolosa: che il nostro valore come esseri umani coincida con la nostra media ponderata. Se rallenti, sei fuori. Se ti fermi a riflettere, stai perdendo tempo. Ma la verità è che l’università non dovrebbe essere un esamificio, bensì un laboratorio di crescita.

Il benessere psicologico non è un lusso opzionale, è la struttura portante della nostra carriera futura; eppure, lo sacrifichiamo sull’altare della velocità. I dati parlano chiaro: lo stress da prestazione accademica è tra le prime cause di abbandono e di malessere giovanile. Quando la sessione d’esame diventa un tribunale inquisitorio e il 30 l’unica unità di misura della felicità, abbiamo un problema sistemico.

Dobbiamo rivendicare il diritto alla lentezza: non si tratta di pigrizia, ma di profondità. C’è una dignità immensa nel percorso non lineare: in chi lavora per pagarsi le tasse, in chi affronta un periodo di crisi personale, in chi decide di saltare un appello perché la propria salute mentale vale più di una riga sul verbale.

Il vero successo non è uscire dall’ateneo il prima possibile, ma uscirne con lo spirito critico intatto e la voglia di cambiare il mondo, non solo di occuparne un ufficio. La laurea è un traguardo, ma la persona che si diventa durante il tragitto è l’unico vero investimento a lungo termine.

Quindi, la prossima volta che vi sentite in colpa perché non state studiando, ricordate: riposare è un atto politico. Prendetevi il vostro tempo, perché alla fine della corsa, quando i coriandoli della laurea saranno stati spazzati via, dovrete convivere con voi stessi, non con il vostro voto di laurea.

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