Crediamo di avere il mondo a portata di click. Ma se internet non ci avesse liberati, solo rinchiusi in prigioni più comode?
Shoshana Zuboff, economista e sociologa americana, nel 2019 ha coniato il concetto di “capitalismo della sorveglianza” per descrivere un sistema in cui i nostri comportamenti, dati e preferenze vengono estratti per orientarci e influenzarci. Ogni azione che compiamo online lascia una traccia. Non solo cosa compriamo, ma quanto tempo ci mettiamo a decidere, dove indugiamo con il mouse, cosa ignoriamo, a che ora siamo più vulnerabili. Non si tratta di targetizzare per pubblicità, ma piuttosto di accumulare così tanti dati da poter influenzare le nostre scelte future.
L’illusione è credere che siamo noi stessi a decidere in base alle nostre preferenze. Pensiamo di costruire echo chambers in base ai nostri gusti, spazi dove risuona solo quello che ci interessa. Ma non è esattamente così.
Più contenuti abbiamo a disposizione, meno scegliamo davvero. L’abbondanza informativa paralizza e, anche se non ce ne accorgiamo, è l’algoritmo a decidere per noi. Gli algoritmi oggi vengono utilizzati in qualsiasi ambito della vita pubblica applicata al mondo digitale: in politica, per esempio, specifiche figure professionali si occupano di analizzare i dati per catturare la nostra attenzione su determinati temi piuttosto che altri.
Anche piattaforme come Spotify attuano gli stessi meccanismi: ci sono milioni di brani, ma ascoltiamo tutti le stesse playlist generate appositamente. Netflix ci propone migliaia di film, ma guardiamo le tre serie che l’algoritmo pompa in homepage. YouTube ci fa credere di approfondire un argomento, ma ci tiene in una spirale di contenuti simili, sempre più estremi, sempre più familiari. Per non parlare di Instagram, Tiktok o Facebook, le piattaforme che utilizziamo di più quotidianamente.
Ci illudiamo di esplorare territori diversi, di scoprire angoli nascosti, ma è l’algoritmo a orientarci. Noi siamo più i suoi assistenti personali: non svolgiamo un ruolo completamente passivo, ma la nostra influenza è sicuramente minore di quanto pensiamo.
Due persone che cercano lo stesso evento su Google ottengono risultati completamente diversi in base al loro profilo. È come un abito che ci viene cucito addosso, con la possibilità di modificarlo continuamente in base ai nostri gusti. Tutti abbiamo accesso alle stesse informazioni, ma ognuno di noi ne consuma una versione personalizzata, pronta e sistemata a pennello.
Non esiste più un terreno culturale comune. Non ci sono più riferimenti condivisi da cui partire per discutere. Siamo frammentati in tribù impermeabili, convinti di essere informati mentre viviamo in universi paralleli.
L’agenda pubblica può anche essere la stessa, altrimenti ci troveremmo in una dimensione dominata dal caos, ma le angolazioni attraverso cui guardiamo alle tematiche sono orientate e offerte sulla base dei dati raccolti. Internet ci ha consegnato una moltitudine di monarchie algoritmiche, ognuna con i propri sudditi inconsapevoli. Nell’epoca dell’abbondanza informativa, del disordine digitale e del capitalismo della sorveglianza, la consapevolezza è ciò che può aiutarci a muoverci al meglio nel mondo digitale che ogni giorno abitiamo.
La domanda allora non è più se abbiamo accesso alla cultura, ma se quella cultura ci appartiene davvero, o se siamo solo visitatori guidati in un museo dove qualcun altro ha già deciso cosa vale la pena guardare.
